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Con parole tue

Avrete sicuramente sentito almeno una volta l’espressione “con parole tue”, magari quando, durante un’interrogazione, cercavate disperatamente di ricordare quel paragrafo imparato a memoria, oppure come sfottò dopo una papera. Stesso modo di dire, due contesti diversi e diverso effetto ottenuto. Cosa ci permette di cogliere queste sfumature? Principalmente un codice, un lessico e una cultura condivisi.

Negli ultimi anni, però, questo sistema condiviso sembra scricchiolare. Tendiamo, infatti, a parlare e a scrivere sempre più “a orecchio”, soprattutto in quello spazio liminale che è il digitale, dove scritto e parlato si fondono, si alternano i ruoli tra chi crea e chi fruisce dei contenuti e la commistione di lingue dà origine a calchi talvolta improbabili. Il risultato, oltre a un rumore di fondo costante, è una comunicazione approssimativa e inefficace.

Come si può arginare questa tendenza? Marco Ballarè, aka @marco.dixit, ha trovato un modo tanto semplice, quanto efficace: ripartire dalla curiosità. Così, sui suoi profili social e nel libro Con parole tue, che vi recensiamo oggi, Ballarè ha cercato di rispondere alla domanda “perché si dice così?”, raccontando l’etimologia e la stratificazione di significati che si celano dietro a parole e modi di dire. L’intento, tra il serio e il faceto, è quello di seminare piccoli “pruriti intellettuali” che spingano le persone a esprimersi con maggiore consapevolezza.

 

Un viaggio nelle etimologie

 Il libro è suddiviso in sezioni come “Cose umane, fin troppo umane” o “vox populi”, nelle quali si dipana un percorso agile tra espressioni che usiamo tutti i giorni senza chiederci mai veramente da dove arrivino. L’autore ci accompagna passo passo combinando ricerca etimologica, aneddoti storici, curiosità linguistiche, collegamenti culturali e storie “nascoste” nelle parole comuni.

Alcuni capitoli offrono spunti irresistibili per chi ama l’italiano. Per esempio, sapete quanti nomi ha la paura del buio? Almeno tre: “nictofobia”, dal greco νυκτός (nyktòs), ovvero “notte”, “acluofobia”, da Άχλύς (Achlýs), “oscurità” e “scotofobia”, da σκότος (skótos), cioè “tenebra”, “oscurità”. Sempre restando in tema di fobie, non possiamo non citare la hipopotomonstrosesquipedaliofobia. No, gli ippopotami non c’entrano nulla. Si tratta, invece, della fobia di impappinarsi pronunciando parole difficili (“isn’t it ironic?” cit.).

Possiamo poi non citare la storia della parola “aperitivo”? Un tempo indicava esclusivamente un medicinale, poi si è fatto largo il significato di “bevanda spiritosa amara per stimolar l’appetito”, fino ad arrivare allo Spritz, dal tedesco spritzen, del quale vi lasciamo scoprire la storia. Le anime più morigerate si riconosceranno invece nelle nemesi dell’aperitivo: “astemio”, non chi si astiene, ma chi sta lontano dalle bevande che ottenebrano la mente e “sobrio”, cioè letteralmente “chi è privo di ebbrezza”.

Questi sono soltanto alcuni piccoli esempi, ma nel libro trovate anche parole che condividono origini inaspettate come “barzellette”, “sbirri” e “bargelli”, oppure il cui destino è stato diviso da un accento come “calamita” e “calamità”, per non parlare di espressioni che usiamo comunemente come “andare in vacca”, ma di cui ignoriamo la storia.

 

I punti di forza del libro

Anche se non si tratta di un saggio sulla traduzione, abbiamo trovato comunque la lettura adatta a questa rubrica perché unisce l’utile al dilettevole. Come avrete intuito la forza del libro è l’equilibrio tra rigore e leggerezza: ogni capitolo è breve ma denso, perfetto da leggere tra un progetto di traduzione e l’altro.

Queste brevi “lezioni” funzionano da “miccia creativa” per chi traduce: ci ricordano infatti che, dietro alla parola giusta, ci sono sempre molti “perché?”. Tradurre significa per lo più fare scelte consapevoli, discriminare. Più informazioni si hanno sui traducenti “papabili”, maggiore sarà la possibilità di approssimarsi al testo fonte. Conoscere l’origine di un modo di dire, per esempio, aiuta a capire qual è la sfumatura più fedele da restituire in un dato contesto. L’etimologia rivela se una parola è popolare, letteraria, tecnica o gergale. Questo può guidare la resa più naturale nei testi da tradurre e a riconoscere le espressioni che più si addicono al registro da adottare. Infine, per traduttori editoriali e di narrativa, questo libro è un “allenamento leggero” per ampliare la sensibilità semantica e il bagaglio culturale, così da avere pronte alternative inconsuete e originali.

 

Un tocco di leggerezza

Dalle pagine del libro e dai suoi contenuti social si evince che Ballarè è appassionato, preparato, ma non si prende troppo sul serio. Il suo stile si contraddistingue per la pacatezza e la gentilezza con cui fa avvicinare il pubblico a una materia che potrebbe risultare noiosa se spiegata con piglio troppo accademico.

La prosa è molto scorrevole, priva di tecnicismi inutili, ma, allo stesso tempo precisa e puntuale e non manca quel pizzico di ironia che fa arrivare al fondo delle pagine con il sorriso.

Con parole tue è dunque un libro che fa bene a chi lavora con la lingua. Non solo per arricchire il proprio vocabolario, ma per allenare il pensiero etimologico, molto utile in traduzione.

 

Buona lettura!