Il Circolo PickWiP incontra #traduzioneacolazione

L’articolo con cui si chiude questa stagione di #traduzioneacolazione prima della pausa estiva è un po’ diverso dal solito, perché non parla di traduzione in senso stretto, né in forma di saggio né in forma di romanzo, ma parla piuttosto di cosa significa essere traduttrice (o traduttore) oltre a stare a una scrivania, davanti al computer a leggere, studiare e scrivere.

Grazie all’edizione 2025 del Premio Caro ho letto un’opera tradotta da Ilaria Oddenino e mi sono subito appassionata al suo lavoro: date un’occhiata al suo sito per scoprire la miriade di progetti che cura. La squadra di WiP ha quindi deciso di invitarla a un appuntamento del Circolo PickWiP – a cui vi invito a iscrivervi gratuitamente perché avrete l’occasione di chiacchierare una volta al mese con ospiti eccezionali – per parlare delle sue traduzioni e non solo.

Dovete sapere che periodicamente mi infatuo di qualcosa, che cattura completamente la mia attenzione e diventa il centro di tutto ciò che leggo, ascolto o guardo in TV. Il mio amore più recente è l’Irlanda, per cui sto seguendo piccole case editrici irlandesi, guardo video per studiare l’accento, compro libri per approfondire la storia. “Banale”, mi direte voi, “ora ne parlano tutti”. Non posso che darvi ragione, ma posso garantirvi che non è partito tutto da Sally Rooney, anzi. Questo lungo preambolo per dirvi che ho subito colto la palla al balzo per chiedere a Ilaria Oddenino come fosse nato il suo Dispacci dall’Irlanda, che potete scaricare gratuitamente dal sito della casa editrice Atlantide.

Ilaria ha tradotto per Atlantide Le voci non si fermano, romanzo d’esordio della scrittrice irlandese Olivia Fitzsimons ambientato nell’Irlanda del Nord degli anni Novanta, che successivamente l’ha invitata a presentare il libro insieme a lei al Belfast Book Festival. Tra loro è nato un rapporto di amicizia e nel 2024 Ilaria ha deciso di partecipare a Culture Moves Europe, che finanzia progetti-ponte tra diversi paesi dell’Unione Europea, proponendo appunto il viaggio di un’autrice e della sua traduttrice attraverso i luoghi in cui è ambientato il romanzo. Da questa splendida esperienza che Ilaria definisce “un esempio di quante cose belle può mettere in moto la traduzione” è nato un diario di viaggio fatto di luoghi, incontri, esperienze, persone, musica, storie, che la casa editrice Atlantide ha poi deciso di mettere a disposizione di noi lettori, testimonianza dello splendido rapporto di stima che lega l’editore e la sua traduttrice.

Non ho intenzione di svelarvi troppo di questo libro, perché è molto breve e piacevole da leggere e vorrei che ciascuno di voi salisse in macchina con Ilaria e Olivia e le seguisse in questa avventura.

Il libro percorre le varie tappe del viaggio delle due amiche che, come bussola, usano la voce dei protagonisti del romanzo, in particolare quella di Sam (per certi aspetti, una sorta di alter ego dell’autrice).

Si parte da Dublino, dove Ilaria partecipa a tanti eventi e reading letterari scoprendo un livello di accoglienza quasi ineguagliabile, dove Roddy Doyle e vari altri autori erano soliti invitare il pubblico a bere una birra al pub dopo le presentazioni. Questo aneddoto mi ha fatto venire in mente quella volta che Vollmann, durante il firmacopie al termine della presentazione del suo ultimo libro in un rovente pomeriggio estivo bolognese, si è preso il tempo di fare una domanda personale a ciascuno di noi e ci ha invitati uno per uno a bere una grappa al bar in piazza. Forse con una birra non ci saremmo sciolti tutti sotto i 40° di quella giornata di luglio, ma ricordo con grande piacere la sua disponibilità e accessibilità, che non mi sarei mai aspettata.

A questo punto si parte per il Nord, e fin dai primi incontri si capisce quanto sia importante la lingua in queste zone, intesa come elemento identitario di un popolo. Attraverso gli occhi di Sam – e di Ilaria – vediamo la contea di Down, il bacino idrico di Spelga (attenzione alla pronuncia!) e le montagne. Si parte poi alla volta di Downpatrick, dove si trova la tomba di San Patrizio, per poi prendere la direzione di Newcastle e visitare, almeno da fuori, l’istituto femminile cattolico frequentato a suo tempo dall’autrice e molto simile a quello frequentato dalla Sam del libro. Qui Ilaria fa un parallelismo con la serie Derry Girls, ambientata nello stesso periodo del romanzo, le cui protagoniste sono “adolescenti ribelli che mal sopportano la scuola, la religione e le ingombranti complicazioni legate alla coda lunga dei Disordini”. Devo ammettere che avevo già provato a guardare la serie ma l’accento era molto ostico e richiedeva un livello di attenzione maggiore di quello che credevo. Ci riproverò sicuramente.

Quando si parla di Irlanda del Nord non si può non parlare dei Troubles che hanno scosso il paese tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio degli anni Novanta, e anche se quello di Olivia non è un romanzo sui Disordini, l’autrice si serve della voce di Sam per svelarci quali sentimenti si provavano alla fine di un periodo così duro: “un misto di rassegnazione, rabbia, sfinimento, sfiducia, totale mancanza di senso”.

Il viaggio prosegue e approdiamo a Belfast, dove Ilaria scopre in prima persona che, proprio come sosteneva Sam, gli irlandesi sono davvero fissati con i giochi di parole. A dare il benvenuto alla traduttrice è l’insegna di un negozio di riparazioni sartoriali che si chiama Seams Perfect. Bellissimo. E a questo punto non possiamo far altro che chiederci… “Come avrà fatto Ilaria a rendere in italiano i pun usati da Sam nel libro?” Non ci resta che leggerlo.

Nella città di Belfast sono presenti anche i cosiddetti peace walls, muri costruiti per limitare gli scontri tra cittadini di diverse fazioni nelle aree ad alta tensione, oggi ricoperti di murales, uno dei quali ha colto l’attenzione di Ilaria portandola a fare una riflessione sulla lingua. Ilaria scrive: “È in corso, mi pare, una rivoluzione culturale che ha al centro non solo la promozione e la rivalutazione del gaelico irlandese, ma una volontà di traghettarlo nella contemporaneità, attrezzando questa lingua associata alla tradizione di un nuovo vocabolario con cui i giovani possono parlare di ciò che davvero li riguarda: dalle uscite, alla musica, al sesso, persino alle droghe.”. Simbolo di questo cambiamento è il grande successo dei Kneecap, una band composta da tre ragazzi di Belfast che rappano in irlandese e che hanno recitato in un film che racconta i loro inizi, addirittura candidato dall’Irlanda agli Oscar 2025. Rivedo questo desiderio di rivalutare la lingua gaelica, intesa come elemento identitario, in molti altri esempi, come la scrittrice Naoise Dolan che spesso sui suoi canali social parla in gaelico e sempre meno in inglese, o Jessie Buckley che, in occasione della vittoria come miglior attrice agli Oscar 2025per il ruolo interpretato in Hamnet, ha chiuso il suo discorso con una frase di ringraziamento in irlandese.

Il nostro viaggio con Ilaria e Olivia (e Sam) finisce qui. Grazie alle parole di Ilaria e alle sue splendide foto, dal divano di casa mia a Imola ho visto paesaggi stupendi, sentito voci diverse, incontrato personaggi memorabili e appuntato una miriade di libri da leggere, storie da approfondire, musica da ascoltare, programmi da guardare.

Come scrivevo in apertura, questo articolo non parla del mestiere del traduttore, non analizza un testo, una tecnica, una resa particolare, ma ci racconta qual è il potere della traduzione: costruire ponti tra paesi e culture, instaurare legami di amicizia, farci scoprire realtà a noi sconosciute a due passi da casa nostra, aprire gli occhi sul mondo.