Esiste un Ufficio molto particolare che si occupa della Resurrezione delle Parole Smarrite e, per una volta no, non siamo ad Hogwarts, anche se sembrerebbe di avere a che fare con una qualche sezione del Ministero della Magia.
L’Ufficio Resurrezione delle Parole Smarrite è un progetto artistico che ha origine grazie a Sabrina D’Alessandro e al suo desiderio di scoprire e conservare parole cadute in disuso, nonostante avessero il potere di esprimere concetti meravigliosi. D’Alessandro, che è artista e studiosa del linguaggio, da sempre tiene nota delle parole di cui si innamora; nel 2009, poi, vuole trovare un modo per dare nuova vita a quelle che non si usano più ed è così che nasce l’URPS (www.ufficioresurrezione.com).
Ma questa non è solo una raccolta in stile vocabolario. Nell’intento dell’autrice c’è l’indagine, attraverso un metodo puntuale e sistematico, del sentire e delle percezioni umane.
Se è vero che le parole, come le immagini, sono il contenuto tradotto dei nostri pensieri e se è altrettanto vero che il pensiero è un atto motorio interiore, allora le parole sanno viaggiare e quando lo fanno per secoli attraversando i continenti può essere che qualche concetto vada perduto.
E se fosse ancora utile, invece? Se riportarlo alla memoria servisse a migliorare non solo il nostro pensare, ma anche il dire e soprattutto il fare?
In questo senso diventa ancora più interessante la divulgazione di Sabrina D’Alessandro che nel 2011 pubblica Il libro delle parole altrimenti smarrite, una raccolta di parole dimenticate che custodiscono pezzi di memoria collettiva.
In fondo, succede anche nelle famiglie di ricordare il modo originale in cui da bambini si esprimono certi concetti senza curarsi delle sgrammaticature. Si tratta di espressioni tanto strampalate quanto spesso geniali a cui si resta affezionati perché fungono da collante, come se la loro eco garantisse la sicurezza delle origini e dell’appartenenza.
Sfogliando le pagine di quest’opera mi sono divertita a definirmi nubìvaga tutte le volte che mi sono persa nei miei sogni a occhi aperti e, a proposito di sogni, ho imparato a distinguere l’ìncubo dal sùccubo a seconda che il demonio responsabile del brusco risveglio avesse rispettivamente le fattezze di un uomo o di una donna.
Ho iniziato a considerare noiévoli tutte quelle faccende la cui natura non si incastra bene con la mia e che, per questo motivo, trovo decisamente poco stimolanti. Certo, avrei potuto continuare a etichettarle come “noiose” e restare in sincronia con l’epoca in cui vivo, ma avrei perso la sfumatura di trascinamento caratteristica di tutte le volte in cui ci si ritrova a fare qualcosa che non ci aggrada.
Infine, sono inciampata nella redamazióne: l’amore corrisposto, quello che, forse, sarebbe bene ricordarsi come si pronuncia per davvero.