Ivy Lodge – A memoir of Translation and Discovery

Per la #traduzioneacolazione di oggi vi presentiamo il memoir della traduttrice e interprete statunitense Linda Murphy Marshall. L’Ivy Lodge del titolo è la casa in cui Linda e la sua famiglia si trasferiscono nel 1959, quando lei ha 9 anni. Imponente e a tratti inquietante, farà da sfondo al rapporto travagliato con una famiglia percepita come una lingua straniera molto difficile da imparare.

Il memoir si apre con la descrizione del meteo in un giorno di febbraio del 2000: coperto, uggioso, gelido. I genitori di Linda sono morti entrambi, la madre a un anno e mezzo di distanza dal padre, e lei è ferma davanti ad Ivy Lodge in attesa di entrarci insieme ai fratelli per decidere, stanza per stanza, che cosa tenere e che cosa lasciar andare.

Mentre aspetta, alza gli occhi verso quella che era stata la sua camera da letto, e uno dei primi pensieri che le tornano alla mente è la totale mancanza di slanci emotivi da parte del padre: mai una volta che le avesse rimboccato le coperte, che avesse dato il via spontaneamente a un abbraccio o le avesse porto la mano per aiutarla ad attraversare la strada. Non che dal versante materno fosse andata molto meglio: anaffettiva come, se non ancor più del padre, tra i due la madre era quella più difficile da “tradurre”. Il verbo non è usato a caso, perché Linda racconta di aver passato la vita “in an attempt to translate parents’ actions into meaning”, sforzandosi continuamente di dare un senso a linguaggi, suoni, gesti ed esperienze. E questo ben prima di diventare traduttrice e interprete di professione. Che le parole usate per rivolgersi a lei fossero parlate, sussurrate o gridate, sapeva di doverle decifrare, perché non andavano mai dritte al punto, ma ci giravano intorno con l’unico risultato di farla sentire perennemente inadeguata e di lasciarla ad arrovellarsi sul loro significato:

“More often than not, my stabs at translating my parent’s words and behavior didn’t contain any of the original words used in their statements. […] I had to make leaps into the unknown, frequently when no words or clues could help me in my translation.”

Per difendersi dalle continue frecciate dei genitori e dalla loro capacità di ferirla, la scelta più naturale era stata quella di studiare e di lavorare con le lingue straniere, un ambito in cui nessuno avrebbe potuto deriderla o sminuirla. O almeno di questo si era convinta Linda, finché un giorno la madre, assestandole l’ennesima pugnalata, aveva fatto notare a un amico di famiglia che sì, per carità, la figlia aveva fatto da interprete a lei e al marito durante un viaggio di diversi giorni a Barcellona traducendo migliaia di parole, però non era stata in grado di tradurre catetere in spagnolo:

“Yet, you didn’t know the word for catheter in Spanish, did you, Linda?”

Sembra quasi di vederlo, il sorrisino sprezzante della madre mentre pronuncia queste parole…

In quello che sembra un processo di auto-guarigione, stanza dopo stanza e oggetto dopo oggetto, Linda prova a riconsiderare alcuni avvenimenti dolorosi del passato attraverso la propria lente di ingrandimento (“My parents can no longer interpret my life for me; that’s my job now”), scoprendo così una verità diversa da quella che si era sempre raccontata: ciò che gli altri dicono o pensano di noi non ci determina. Nemmeno se gli altri sono i nostri genitori.