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The translator’s bride

Il racconto che vi serviamo oggi è stato tradotto verso l’inglese dal suo stesso autore, che è un traduttore, e ha come protagonista… un traduttore. Insomma, una #traduzioneacolazione al cubo.

The Translator’s Bride, del portoghese João Reis, segue le vicende di un uomo trentenne – il cui nome non ci è dato sapere – che vaga in una città immaginaria. L’unico dettaglio che ci aiuta a contestualizzare la vicenda è il periodo storico, gli anni Venti. La narrazione, che si esaurisce nell’arco di due giorni, prende il via da un tumulto interiore del protagonista: la moglie Helena, di cui lui è innamoratissimo, l’ha lasciato su due piedi ed è salpata su una nave per andare a lavorare all’estero (non chiediamoci dove, perché tanto non si sa). Sconvolto da questa decisione, il nostro traduttore prova a riordinare le idee aggirandosi per una città “sporca e senza nome”.

Lo stile narrativo è quello dello stream of consciousness, con paragrafi lunghi e densi di pensieri frenetici, talvolta sconnessi e molto realistici. Il monologo interiore si mescola alle conversazioni che il traduttore intrattiene con alcuni personaggi che incontra lungo il proprio vagabondare, dando vita a situazioni a tratti grottesche. Convinto, non si sa bene in base a che cosa, che un modo per riconquistare l’amata sia quello di acquistare una certa casa gialla, l’uomo decide di andare a battere cassa da tutti coloro che gli devono dei soldi, primo fra tutti un editore che non gli ha ancora pagato i primi volumi di un romanzo tradotto due anni prima. Giunto a destinazione, scoprirà non solo che probabilmente i volumi successivi verranno affidati a un’altra persona, ma anche che alla sua traduzione sono state apportate modifiche di cui lui non ha mai saputo nulla:

“[…] Since you’re here, would you care to comment on the changes made to your translations?”

“Changes? What changes?”

“The changes Dr. Szarowsky has made.”

“The changes Dr. Szarowsky has made? What do you mean? I don’t know of any changes. I never saw the book again once I delivered the translation two years ago!”. Absolutely furious, I clench my fists. “I can’t comment on what I don’t know, but when I think that Mr. Szarowsky, who hadn’t even read the book, wanted to change all occurences of ‘snow’ to ‘rain’, and replace all references to lakes with references to rivers because, according to him, the readers from this blessed country aren’t familiar with such realities, what can I say?! Yes, what can I say?”

E come se la sua mente non lo stesse già tormentando abbastanza, ecco che, di colpo, mentre sta pensando all’odiata padrona di casa, il protagonista si fissa su una parola danese di cui non ricorda il significato:

“I’m not allowed to smoke indoors, the smoke bothered her, she couldn’t enjoy the smell of her stews, the flabby carcass has just come down the stairs and before I can greet her a word comes to my mind, damn, I forgot what language it is and what it means, kartofler, yes, but how terrible, what a mental obescenity, right when I have Mrs. Lucrécia before me.”

A strappare più di un sorriso è il fatto che la parola incriminata continuerà a perseguitare il traduttore per buona parte del tempo insinuandosi nei suoi pensieri finché, a poche pagine dalla conclusione, una donna con in mano un tubero che ricorda una patata lo libererà da questo tarlo. Molto meno divertente è l’epilogo, a cui probabilmente continuerete a pensare anche una volta finito il racconto.

Se vi piace leggere in lingua inglese e avete apprezzato lo stile narrativo di Mrs. Dalloway, queste 94 pagine* dall’atmosfera kafkiana potrebbero fare per voi.

Buona lettura!

 

*nel formato Kindle; 117 nel formato cartaceo.