Chi ci segue da tempo sa che non è la prima volta che proviamo a sondare il legame tra traduzione e psicologia: abbiamo iniziato invitando la psicoterapeuta Laura Romagnoli al Circolo PickWiP un paio di anni fa, e poco dopo abbiamo recensito l’articolo di Laura Bocci, Traduzione e psicoanalisi, che ci aveva messo la pulce nell’orecchio indicando come possibile oggetto di studio “[…] le ‘interferenze’ personali, i vissuti individuali e intimi del traduttore […], le idiosincrasie linguistiche, i conflitti con gli altri traduttori, la gelosia verso il ‘proprio’ autore tradotto”.
Visto che l’argomento ci sembrava interessante e tutt’altro che esaurito, abbiamo proseguito nella ricerca di un testo che prendesse davvero in esame le implicazioni psicologiche della traduzione. E proprio quando eravamo a tanto così dal demordere, lo abbiamo trovato: Translation and Emotion – A psychological perspective. Il volume è pubblicato da Routledge, casa editrice britannica specializzata in testi accademici, ed è stato scritto da Séverine Hubscher-Davidson, docente di Psicologia della Traduzione presso la Open University di Londra.
Il saggio è composto da cinque capitoli:
– il primo fornisce il contesto teorico per lo studio e l’analisi del ruolo delle emozioni nel processo traduttivo ed espone la metodologia utilizzata nel caso di studio empirico preso in esame dall’autrice, che è uno dei pochissimi esistenti sul tema “emozioni e traduzione” e che ha coinvolto 155 traduttrici e traduttori;
– il secondo, il terzo e il quarto approfondiscono i tre tratti emotivi specifici che si suppone siano i più rilevanti nell’ambito della traduzione, cioè la percezione, la gestione e l’espressione delle emozioni;
– il quinto riepiloga i risultati relativi ai tre capitoli precedenti per delineare come, quando e perché la componente emotiva può condizionare la traduzione;
– l’ultimo trae le conclusioni e offre spunti per studi futuri.
Il presupposto della ricerca di Séverine Hubscher-Davidson è che, in quanto forma di comunicazione che coinvolge il linguaggio, la traduzione implica per forza di cose anche le emozioni. Nello specifico, quelle che possono influenzare il lavoro di chi traduce sono:
1) le emozioni espresse nel testo originale (percezione delle emozioni)
2) le sue stesse emozioni (gestione delle emozioni)
3) le emozioni del target originale e quelle del target che legge la traduzione (espressione delle emozioni)
La percezione delle emozioni
La percezione delle emozioni è il processo attraverso il quale le persone sono in grado di decodificare le emozioni proprie e altrui, preparandosi così a risposte comportamentali appropriate. È modulata dal contesto situazionale e culturale, motivo per cui riconoscere le emozioni espresse da culture lontane dalla nostra non è facile (ma per chi traduce risulta più semplice, vista la continua esposizione a linguaggi e realia tipici di paesi diversi dal proprio). È interessante notare che i risultati dello studio empirico hanno evidenziato come la percezione sembra essere maggiormente associata all’età, suggerendo che l’abilità di riconoscere le emozioni si sviluppi con il tempo, e che l’esperienza accumulata porti a una risposta più rapida e precisa agli stimoli emotivi attivati dal testo di partenza.
La gestione delle emozioni
La capacità di gestire le proprie emozioni è fondamentale per sviluppare la resilienza e far fronte alla potenziale “destabilizzazione” che l’immersione nel testo di partenza può causare. Per fare un esempio concreto, se l’oggetto della traduzione ci sconvolge, convincerci che la diffusione di quel testo avrà un impatto positivo potrebbe aiutarci a superare il disagio. Nel saggio, questa strategia adattativa, considerata “proattiva”, è definita reappraisal (rivalutazione cognitiva). Un secondo tipo di strategia, considerata invece “reattiva”, è la suppression (soppressione). La persona che sopprime perché non riesce a regolare l’emozione che prova mentre traduce e quindi si sforza di nasconderla, corre il rischio di smorzare l’emotività nel testo di arrivo, venendo meno al proprio compito. Inoltre, si sottopone a uno sforzo mentale maggiore rispetto a chi usa strategie proattive come la rivalutazione, stancandosi prima e riducendo le probabilità di eseguire al meglio il lavoro: “Suppression requires the individual to effortfully manage response tendencies as they arise continually, consuming cognitive resources that could otherwise be used for optimal performance in the social contexts in which the emotions arise”.
L’espressione delle emozioni
“[The translation process] may very probably be the most complex type of event yet produced in the evolution of the cosmos.”
Ivor Richards
(Letterato e filoso inglese del Novecento)
Nel quarto capitolo, l’autrice esplora il concetto di espressione emotiva, intesa come l’insieme di comportamenti verbali e non verbali che mettiamo in atto per comunicare i nostri sentimenti, come le smorfie, la gestualità, il tono di voce, la scrittura. Quest’ultima, in particolare, è considerata una forma deliberata di espressione emotiva che può portare benefici psicologici, sociali e fisiologici, favorendo la riduzione dello stress e migliorando l’umore. In questo contesto, la traduzione è vista come una forma di scrittura espressiva che serve per veicolare le emozioni dell’autore originale. Il fatto che chi traduce ci riesca o meno dipende dal livello di coinvolgimento: “Too much, or too little, emotional involvement is detrimental to translation — as it is for expressive writing — but deep engagement combined with appropriate strategies for handling it may be conducive to successful translation.” Ma chi ce le insegna queste strategie? Nessuno, purtroppo. Ecco perché Séverine Hubscher-Davidson sottolinea l’importanza di includere l’educazione emozionale nella formazione dei traduttori per aiutarli a prendere atto di ciò che provano di fronte a un testo e a comportarsi di conseguenza.
Proseguendo nella lettura, arriviamo a quelli che secondo noi rappresentano la parte più interessante dello studio, perché sono esempi reali di strategie messe in atto per gestire l’emotività durante il lavoro di traduzione. Scopriamo così che il traduttore Peter Bush, traghettando verso l’inglese La plaça del Diamant (La piazza del Diamante), romanzo della scrittrice catalana Mercè Rodoreda, non ha potuto fare a meno di riversare nel testo sentimenti personali, influenzato dai propri ricordi della guerra; oppure che le traduttrici verso l’olandese Janneke van der Meulen e Jeanne Holierhoek, di fronte all’arduo compito di tradurre Les bienveillantes (Le benevole) di Jonathan Littell, sono riuscite a sopportare il mondo opprimente e soffocante descritto nel testo solo grazie al lavoro in tandem: la possibilità di esternare le reciproche emozioni negative e di parlarne ha permesso loro di esorcizzarle e di portare a termine il compito senza lasciarsi sopraffare; o ancora, ma questa volta a ruoli invertiti, che la studiosa di letteratura francese Alice Kaplan ha dovuto fare i conti con il traduttore di uno dei suoi libri, il quale inizialmente era entusiasta del lavoro assegnatogli ma poi, vistosi rifiutare la possibilità di apportare modifiche insensate al testo, si era sentito “castrato”. La sua incapacità di gestire le emozioni aveva raggiunto un livello tale che, alla fine, la comunicazione con Kaplan si era interrotta e lei aveva dovuto rivolgersi a un altro professionista. Vai a capirli, questi traduttori!
(Revisione dell’articolo a cura di Laura Romagnoli, con cui abbiamo realizzato un Podcast che si intitola PsychoTrad – Psicologia e Traduzione.)