Transcreazioni – L’atto creativo nei processi traduttivi

Quando si parla di “transcreazione”, in genere, si intende una traduzione creativa volta ad adattare il messaggio, per lo più pubblicitario, alla cultura di arrivo. Non fa una grinza. Eppure, se scandiamo bene la parola, Trans-Cre(a)-Azione, ci rendiamo conto che racchiude in sé un potenziale ben più variegato.

Il volume che vi presentiamo oggi, Transcreazioni – l’atto creativo nei processi traduttivi, esplora questo potenziale declinando il concetto di traduzione come atto creativo attraverso riflessioni di firme affermate e voci emergenti su memoria, identità, trauma, didattica e autorialità. L’obiettivo ambizioso della raccolta, curata da Calzoni, Covella, Como e Maffei, è far dialogare la ricerca accademica con la società per individuare tracce concrete del «valore della traduzione nella costruzione critica del sapere».

Ecco, quindi, che l’atto traduttivo diventa uno strumento per ricostruire il passato di una madre, un ausilio alla riconciliazione con un’eredità pesante, il tentativo di riparare a un trauma intergenerazionale o di afferrare il silenzio delle pause. Abbiamo scelto di raccontarvi le tre prospettive che ci hanno più incuriosito per l’originalità del punto di vista o per la ricchezza degli spunti e dei riferimenti che portano.

EGEMONIE DELLA MEMORIA – HELENA COMO

Dinamiche e linguaggi del potere in Heimat e Belonging di Nora Krug

Il cuore di questo saggio è l’autotraduzione come strumento per esplorare la propria identità, argomento caro a questo blog e che avevamo già trattato nella recensione del libro Translating Myself and Others di Jhumpa Lahiri.

La premessa del saggio è il concetto di cultural translation secondo il quale le scelte compiute in qualunque traduzione non possono prescindere da parametri culturali. Quando, poi, si analizza l’autotraduzione nello specifico, non si possono non considerare i rapporti di potere tra nazioni, lingue e culture all’interno delle quali prende vita. Si distingue, infatti, tra autotraduzione «verticale» o «orizzontale», a seconda del valore che si attribuisce alle lingue coinvolte, le quali possono essere percepite entrambe come «autonome e dominanti», oppure, in dinamiche coloniali, come una «dominante» e una «subordinata».

Nell’esempio esaminato nel saggio, l’autotraduzione di Nora Krug della sua graphic novel Belonging: A German Reckons with History and Home nella versione tedesca Heimat: ein deutsches Familienalbum, siamo di fronte a un’autotraduzione orizzontale perché sono coinvolte due lingue europee, inglese e tedesco, percepite entrambe come dominanti. Questo, però, non esclude che tra le due versioni, source inglese e target tedesca, non esista in realtà un disequilibrio, non tanto esteriore, quanto intimo e personale.

Scrittrice e illustratrice nata nel 1977 in Germania e naturalizzata americana, nella graphic novel Nora Krug ricostruisce la storia della propria famiglia attraverso gli stereotipi relativi all’identità tedesca affermatisi nell’immaginario collettivo, e quindi anche nel suo, a partire dal secondo dopoguerra. La storia personale dell’autrice tiene così insieme tre prospettive diverse: quella che deve fare i conti con lo spettro di uno zio nazista in famiglia, quella di un presente in cui la lingua del Paese d’adozione suona più naturale di quella materna e, infine, quella del disagio provato durante le parate di newyorkesi che festeggiano con orgoglio le proprie origini tedesche senza provare paura, né vergogna. Scrivere Belonging, e poi tradurlo in Heimat, per Nora Krug ha significato intraprendere un viaggio attraverso questi tre aspetti della propria identità per integrarli e trovare un equilibrio.

Non è un caso che una graphic novel sull’elaborazione del passato nazista della Germania sia nata prima traducendo concetti della storia e della cultura tedesca in inglese per poi riapprodare al tedesco attraverso un’autotraduzione. Infatti, accade spesso che autori emigrati abbiano bisogno di guardare le proprie radici attraverso lo specchio di un pubblico “straniero”. L’autotraduzione diventa quindi uno strumento fondamentale per misurarsi con la lingua madre e, al contempo, per ridefinire la propria identità. In questo processo, in virtù del fatto che traduttrice e autrice coincidono, sono state possibili libertà e riscritture fondamentali per far emergere lo scarto tra le identità di Nora Krug, ma che sarebbero state impensabili se la traduzione fosse stata affidata a un’altra persona.

A questo riguardo, risultano particolarmente utili le schede dedicate a parole e concetti tedeschi di difficile traduzione. Emblematico l’esempio di Heimat che in tedesco ha un significato più totalizzante dell’inglese home, come emerge dalle parole della stessa autrice: «quel termine che definisce il concetto di un luogo o di un paesaggio, reale o immaginario, con cui una persona […] stabilisce un immediato senso di familiarità». Da qui la scelta di usare “belonging” per il titolo inglese, che rende bene l’idea di appartenenza e di identificazione con una specifica visione del mondo, anche se non può restituire il peso della strumentalizzazione nazionalsocialista che graverà per sempre sulla parola Heimat.

Nella versione inglese le parole del passato nazista sono scritte in tedesco e in maiuscolo. Così il pubblico americano di fronte alla parola KONZENTRATIONSLAGER, ne percepisce l’orrore, ma, forte di un falso senso di sicurezza dato dalla distanza grafica e linguistica, si illude di poter prendere le distanze da quei termini e da quei concetti. Man mano che seguirà Nora Krug nel suo tentativo di venire a patti con i pezzi della sua identità e del suo passato, però, il pubblico anglofono sarà costretto a riconsiderare la neutralità della propria lingua. La dimensione metalinguistica è imprescindibile in questo lavoro di ricerca e ricostruzione di un’identità frammentata e rimette in discussione le certezze di chi scrive, ma anche di chi legge, in entrambe le lingue.

 

LA TRADUZIONE RIPARATRICE – MICHELA CARDINI

Trauma, memoria e scrittura nell’opera di Janine Altounian

Il secondo saggio di cui vi parleremo sonda la relazione fra traduzione e psicologia, un tema intorno al quale si snoda PsychoTrad, il podcast che abbiamo ideato insieme alla psicoterapeuta Laura Romagnoli. Considerato il nostro interesse per l’argomento, non potevamo certo lasciarci sfuggire l’analisi dell’autobiografia di Janine Altounian, scrittrice francese di origine armena, figlia di sopravvissuti al genocidio del 1915, studiosa di psicanalisi e co-traduttrice di Freud.

La produzione letteraria della scrittrice è strettamente legata al Diario di deportazione che il padre aveva redatto nel 1921 e in cui raccontava tutto ciò che aveva subito dal 1915 al 1919 durante la marcia dalla città turca di Bursa fino in Francia. Il Diario era scritto nel dialetto turco parlato dalla comunità armena dell’Anatolia occidentale e meridionale, ma con caratteri armeni, per cui indecifrabile da Janine. Nel testo Ricordare per dimenticare. Il genocidio armeno nel diario di un padre e nella memoria di una figlia, la stessa Altounian racconta di aver avuto il coraggio di aprire quello scrigno per farlo tradurre in francese soltanto otto anni dopo la morte del padre. Da quel momento trauma e traduzione saranno legati a doppio filo nella vita della scrittrice. La traduzione, infatti, non è stata soltanto uno strumento di elaborazione del trauma, ma anche la scintilla che ha generato nuova scrittura per tenere viva una memoria famigliare. La scrittura diventa quindi, a sua volta, traduzione del trauma.

L’autrice esplora il legame fra «traduzione linguistica» e «traduzione psichica» anche attraverso la traduzione di Freud dal tedesco al francese. Come ricorda l’autrice, lo stesso Freud riprende l’esempio della traduzione di testi antichi per evidenziare la capacità dei traduttori di trasmettere la memoria di ciò che altrimenti rischierebbe di andare perduto. Janine fa suo questo concetto e lo amplia, attribuendo agli eredi di seconda o terza generazione il ruolo non soltanto di testimoni, ma anche di traduttori del trauma famigliare, in quanto sono gli unici in grado di ricevere la testimonianza e ridarle voce in un’altra lingua. Il focus dell’opera dell’autrice si sposta poi progressivamente da una dimensione più personale a una più pubblica e sociale, individuando nella traduzione lo strumento per prendere parola e dare voce a chi di quella parola è stato privato, evitando così che ricapiti alle generazioni future.

 

READ THAT BITCH! L’INSULTO NEL CONTESTO DEL BALLROOMSPEAK – GIANCARLO COVELLA

Fenomenologia, gergalità e questioni traduttive

Chiudiamo con un argomento più leggero, ma non per questo più semplice: cosa implica tradurre gli insulti quando questi sono espressione di un gergo parlato da una comunità molto specifica?

Covella analizza l’adattamento filmico del linguaggio delle ballroom, in origine luoghi clandestini in cui un sottoinsieme della comunità LGBTQ+ statunitense si ritrovava per sfoggiare abilità nel voguing, ottenere rivalsa sociale, rivendicare un senso di appartenenza o dominio su esponenti di house rivali. Come avrete intuito dai termini in corsivo, stiamo parlando di una sottocultura detta appunto ballroom culture (o house culture) che possiede un proprio socioletto volto a creare solidarietà all’interno di una specifica comunità di parlanti e a estromettere tutti gli altri.

All’interno di questo linguaggio, anche gli insulti svolgono un’importante funzione comunicativa grazie alla loro performatività esplicita. Ecco quindi che, all’interno del ballroomspeak, si possono riconoscere tre tipi di insulto, ognuno con una valenza diversa:

  • Reading: “fare una radiografia” di tutti i difetti di qualcuno. La pratica del reading si svolge come una sorta di battaglia in cui vince chi scredita meglio l’avversario o chi fa sorridere di più il pubblico che assiste;
  • Throwing shade: “infangare” qualcuno, attraverso critiche argute, spesso indirette, ma fatte sempre in pubblico. Nel read il contenuto dell’insulto è più esplicito e diretto, ma bonario, mentre l’intenzione dello shade è più offensiva;
  • Coming for: «affrontare qualcuno a muso duro», qui non si scherza più, siamo arrivati allo scontro diretto in cui l’insulto è accompagnato da gesti minacciosi.

Chi ha visto il programma RuPaul’s Drag Race o la serie Pose avrà più dimestichezza con questo gergo, ma per un pubblico italiano generalista tali modalità espressive possono risultare ostiche per via dell’assenza di equivalenti nella nostra lingua. Quindi, quando ci si trova a tradurre e adattare prodotti audiovisivi di questo tipo, considerati i vincoli imposti dal lip sync e l’impossibilità di inserire note, occorre trovare il giusto compromesso per fornire strumenti utili a decifrare e interpretare questi concetti senza perdere la godibilità di un’opera di intrattenimento.

Vediamo un esempio tratto da Pose, così come riportato nel libro:

 

VERSIONE ORIGINALE IN INGLESE VERSIONE DOPPIATA IN ITALIANO SOTTOTITOLI ITALIANI BACK TRANSLATION
ELEKTRA: God may have blessed you with Barbies, a backyard with a pony and boyfriend named Jake and unwanted pregnancy that your father paid to terminate so you could go to college and major in being a basic bitch. None of these things make you a woman. ELEKTRA: Forse Dio ti ha dato le Barbie, un pony, un fidanzato di nome Jake e una gravidanza che tuo padre ha insabbiato per farti andare all’università a laurearti in bastardaggine. Ma niente di questo ti rende una donna. ELEKTRA: Dio ti avrà benedetta con le Barbie, un giardino con un pony… un fidanzato di nome Jake e un aborto pagato da tuo padre… per mandarti al college e diventare una bastarda. Questo non fa di te una donna. ELEKTRA: Maybe God gave you Barbies, a pony, a boyfriend named Jake and a pregnancy your father covered up to let you attend university and graduate in meanness. But nothing of this makes you a woman.

 

Abbiamo evidenziato in grassetto le maggiori differenze tra le quattro versioni per agevolare il confronto. Al netto di discrepanze dovute a necessità tecniche (mancanza di spazio, labiale…), secondo voi, che tipo di approccio è stato adottato nella versione italiana? E poi, di che tipo di insulto si tratta: read, shade o coming for?

 

Se vi abbiamo incuriosito, non vi resta che leggere il libro, vi attendono molte altre chicche. Per esempio: «Se si può tradurre un testo senza punteggiatura, è possibile anche tradurre una punteggiatura senza testo? E quando traduciamo la punteggiatura di un testo, cosa stiamo traducendo?»

 

Buona lettura!