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La traduttrice – John Crowley

Concludiamo il 2025 di #traduzioneacolazione con un romanzo: La traduttrice, di John Crowley, pubblicato dalla casa editrice Ponte alle Grazie nel 2003 nella traduzione di Francesco Bruno.

Ci sono situazioni in cui la bellezza, l’intensità e la forza della poesia combattono ad armi pari con la spietata prosaicità della storia.

Siamo nel 1962. Kit Malone è una giovane promessa della poesia americana, che le circostanze della vita hanno allontanato dalla scrittura. Studentessa in un’università del Midwest, Kit si iscrive a un corso tenuto da Innokentij Falin, un poeta russo esiliato in America, e dunque privato del suo pubblico e della possibilità di esprimersi nella propria lingua. Le sue poesie, infatti, bandite in patria per la loro forza sovversiva, sono soltanto segni incomprensibili per l’America di Kennedy. Almeno finché Innokentij e Kit si incontrano. L’uno nell’altra, i due riconoscono i segni lasciati dal dolore – cicatrici evidenti solo a chi ne possiede di simili – e decidono di ricreare i versi di lui nella lingua e nella cultura di lei. Ricrearli, perché tradurli è impossibile. Intanto gli U-2 americani fotografano i missili russi sbarcati su Cuba, e la paura di una Terza guerra mondiale si fa spaventosamente fondata. La situazione internazionale precipita, e irrompe nel legame fra Kit e Innokentij: quei due universi distanti, che nella poesia avevano trovato un punto di incontro, sembrano allontanarsi di nuovo, e per sempre.

Una trama avvincente, in cui vicende personali delicate e fatti storici importanti si intrecciano convergendo inaspettatamente in un’unica matassa, e due personaggi ai quali è impossibile non affezionarsi fin dalle prime pagine.

Tutto questo sarebbe già più che sufficiente per soddisfare l’appetito di chi ama libri che si lascino divorare in un sol boccone, ma per chi, come noi, è mosso dalla curiosità di intravedere qualche traccia che riconduca al proprio mestiere tra le pagine di quello che legge, questo titolo offre anche un punto di vista molto interessante sulla resa della poesia.

Reduci dal recente laboratorio di traduzione incentrato proprio sulla poesia, Tradurre dall’arabo, torniamo a ospitarla anche nel nostro blog di traduzione, dopo gli articoli Itaca, di Konstantinos Kavafis e Una poesia, dieci traduzioni.

Nel momento in cui Falin chiede a Kit di aiutarlo a tradurre i propri versi in inglese dal russo, i due affrontano insieme “le sofferenze della metamorfosi. I significati dei suoi versi lottavano per uscire, come pulcini dal duro guscio. Ma lui diceva che non era così: non c’era una poesia che cercava di uscire da una lingua per entrare in un’altra; guscio e pulcino erano tutt’uno. […] I ritmi russi di Falin erano sempre più vigorosi di quelli inglesi di Kit; quando lei cercava di riprodurli, sembravano colpi di tamburo.”

“Ma qual è l’originale?”

“Non lo so. Forse non ce n’è uno. Forse ci sono molte traduzioni e nessun originale.” […] “Lui l’aveva attratta nel suo russo e lei doveva fare la strada di ritorno da sola.”

Una strada lungo la quale siamo resi partecipi di scelte lessicali e ragionamenti, a fronte di esempi concreti, in cui inevitabilmente ci lasciamo coinvolgere.

A voi il piacere di scoprire quali sono.