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DiParola Festival: un alleato per una comunicazione chiara, inclusiva e accessibile

Che cos’è il linguaggio chiaro?

Ma chiaro per chi?

Quando si usa?

Semplificare equivale a banalizzare?

 

Scommettiamo che vi ponete almeno una di queste domande quando sentite parlare di linguaggio chiaro (plain language).

 

Ebbene, il DiParola Festival potrebbe aiutarvi a trovare qualche risposta. Un’iniziativa nata dal basso per parlare di linguaggio chiaro, ampio e accessibile con persone che lavorano con le parole. Un’occasione di scambio e apprendimento che abbiamo colto al volo e che ci fa piacere raccontarvi. Il Festival, online e gratuito, si è svolto il 21 e il 22 settembre, ma potete seguire i canali digitali dell’evento per aggiornarvi sull’argomento e su future iniziative. Sì, perché nella mente della direttrice Valentina di Michele questo è solo l’inizio. Nel frattempo, ripassiamo con voi quello che abbiamo imparato.

 

Che cos’è il linguaggio chiaro?

 

Con l’articolo sui linguaggi controllati, usati in ambito tecnico, avevamo già in parte affrontato il tema della comunicazione chiara, semplice ed efficace. Oggi proviamo ad ampliare il discorso con gli spunti tratti da DiParola. Intanto, abbiamo capito come organizzare meglio le idee per scrivere questo pezzo. Infatti, come ha spiegato Luisa Carrada, “non c’è chiarezza senza ordine, prima di tutto di pensiero”. Cercheremo quindi di seguire questo insegnamento, poi, si sa, tra il dire e il fare… c’è di mezzo il tentare.

Partiamo dalla definizione di linguaggio chiaro data dall’International Plain Language Federation e tradotta da Officina Microtesti all’interno del pratico e-book fornito a corredo dell’evento:

 

“Una comunicazione è scritta nel linguaggio chiaro se è redatta, organizzata e progettata in modo tale che le persone a cui è indirizzata possono facilmente

  • trovare le informazioni di cui hanno bisogno,
  • comprenderle
  • e utilizzarle.”

 

Parafrasando, possiamo dire che il linguaggio chiaro è uno strumento che facilita la comprensione di un testo o di una comunicazione, con un ridotto sforzo cognitivo da parte del pubblico, che non deve rileggere, o riascoltare il messaggio, per assicurarsi di averlo capito. In breve: semplifica, rende accessibile e democratizza l’informazione.

Per raggiungere questo scopo, occorre prima di tutto progettare il testo tenendo bene a mente obiettivo, contesto, canale e pubblico. Solo dopo si può iniziare a scrivere seguendo i principi di pertinenza, reperibilità, comprensione e usabilità.

Bisogna quindi organizzare le informazioni partendo dalle più rilevanti, dividendo il testo in sezioni chiare e facilitandone la reperibilità con elenchi puntati, grassetti ed elementi visivi.

A questo punto occorre scegliere le parole giuste, procedendo spesso per sottrazione. Per quanto riguarda la sintassi, i periodi sono brevi, soggetto e verbo devono entrare subito in scena per consentire una comprensione immediata della frase. Per favorire una comunicazione più diretta è preferibile adottare il “tu” e forme attive e positive. Le parole sono semplici, il più possibile corte e di uso comune. È meglio evitare gergo settoriale e forestierismi e usare tecnicismi specifici solo se necessari, spiegandoli. Soprattutto in comunicazioni di servizio, nelle quali l’utilità prevale sull’estetica, è meglio esprimere lo stesso concetto sempre con la stessa parola, evitando sinonimi fuorvianti.

Insomma, il linguaggio chiaro è allergico a tutti gli “-ese”(burocratese, legalese, scientifichese ecc…) e al conte Mascetti (semicit.).

 

Ma per chi è pensato il linguaggio chiaro e quando si usa?

 

Durante il festival abbiamo visto diverse declinazioni del linguaggio chiaro: dal settore sanitario a quello legale, da quello finanziario a quello tecnico-scientifico, fino alle e-mail commerciali e aziendali. In sostanza, si può applicare in tutte le occasioni in cui è necessario facilitare la comunicazione, rendendola più orizzontale, ma anche più funzionale.

Scrivere in modo chiaro significa mettere al centro chi legge e cercare di farsi capire da un pubblico ampio e spesso eterogeneo. Questo vuol dire rivolgersi a persone con differenti livelli di istruzione, condizioni socioeconomiche, età, competenze linguistiche, digitali, settoriali, con e senza disabilità. Allo stesso tempo, però, non si deve pensare a una moltitudine indistinta, il linguaggio va sempre modulato in base al contesto d’uso: un sito della pubblica amministrazione, una app di servizi finanziari e una mail aziendale non parlano allo stesso modo perché hanno target diversi.

Per riuscire a trovare il registro e il tono di voce giusti bisogna quindi fare molta ricerca, mettersi in ascolto e, soprattutto, in relazione con le persone a cui ci rivolgiamo. In questo modo possiamo capirne i bisogni, ma anche le difficoltà, e possiamo usare le parole giuste per prevenire dubbi e problemi, anticipare o ricapitolare informazioni, avvertire di eventuali conseguenze di un’azione, riducendo così ansia e frustrazione in chi legge.

Ci è parso quindi di capire che comunicare in modo chiaro non è una scienza esatta, quanto piuttosto un processo. Bisogna testare, rivedere, riscrivere e, talvolta, anche scendere a compromessi. L’importante è chiedersi sempre cosa possiamo migliorare per rendere la comunicazione più accessibile: il testo è leggibile anche da un dispositivo? I link sono chiari e funzionano? Abbiamo dato qualcosa per scontato? Possiamo semplificare ancora?

 

Semplificare non equivale a banalizzare

 

Di fronte alla parola “semplificazione” si assiste spesso a una levata di scudi da parte di chi la associa alla banalizzazione. Infatti, una delle maggiori resistenze all’adozione di un linguaggio chiaro è il timore che sia troppo elementare e, di conseguenza, abbassi il livello della comunicazione, svilisca i concetti veicolati e faccia perdere di autorevolezza e prestigio al testo.

Queste obiezioni sono figlie di una certa tradizione, per lo più italiana, che si fonda su un approccio paternalistico alla comunicazione. Spesso, usando un linguaggio aulico, magari infarcito di latinismi o neologismi, si crede di svolgere una funzione educativa nei confronti del pubblico. Bisognerebbe però chiedersi se il momento giusto per educare le persone sia proprio quando ricevono una diagnosi, devono aprire un conto in banca o firmare un contratto, oppure se in quei casi non abbiano il diritto di ricevere informazioni chiare che consentano loro di prendere decisioni più consapevoli.

Inoltre, il linguaggio chiaro non è affatto banale, né impreciso. In realtà non ci può essere chiarezza, senza precisione. La semplificazione è frutto di un grande lavoro di sintesi che consente di selezionare le informazioni essenziali e usare le parole esatte per trasmetterle. Un po’ come quando a scuola ci dicevano che se non sapevamo spiegarlo con parole semplici, non avevamo capito il concetto.

Andrebbe poi sempre ricordato che esprimersi con “paroloni” non è garanzia di un uso sapiente della lingua, tantomeno di una scrittura elegante.

In conclusione, partecipare a questo festival ci ha fornito ottimi strumenti per curare meglio la nostra comunicazione e, speriamo, per scrivere meglio questo articolo.