Maggio 31 2020 0Comment
audiodescrizione

L’audiodescrizione come forma di traduzione

Negli ultimi anni abbiamo assistito a un progressivo aumento di interesse verso l’inclusione sociale e l’accessibilità ai media, concetti che hanno trovato una nuova collocazione all’interno della traduzione audiovisiva in quanto forme traduttive socialmente utili per i disabili sensoriali.

La traduzione audiovisiva rappresenta “una disciplina flessibile, eterogenea, e volta all’interdisciplinarietà” che nelle sue varie forme mira ad abbattere contemporaneamente le barriere linguistiche e quelle sensoriali.

Oggi ci soffermiamo in particolare sull’audiodescrizione per non vedenti e ipovedenti, intesa come forma di traduzione, in senso lato.

In un’interessante pubblicazione a cura di Elisa Perego sull’argomento si legge che Sabine Braun ne parla in termini di “pratica che affonda le radici nella mediazione intermodale, cioè che ‘traduce’ le immagini visive in descrizioni verbali”.

Mentre nell’adattamento di opere audiovisive e nella sottotitolazione il testo di partenza è rappresentato dal canale acustico verbale, nel caso dell’audiodescrizione ci si concentra sul canale visivo non verbale.

Per rendere accessibile un prodotto audiovisivo a un pubblico cieco o ipovedente, l’audiodescrittore deve eseguire “un commento audio esplicativo che non interferisca con la traccia audio originale”, inserendosi con sapienza nelle pause del programma, senza però accavallarsi a suoni, o anche a silenzi, semanticamente rilevanti e facilmente interpretabili dall’utente stesso.

Un buon audiodescrittore deve sapere “cosa, quando, quanto e come descrivere”, senza appesantire l’originale, e dal punto di vista linguistico deve ricorrere a una sintassi lineare e a concetti concisi, semplici, ma altamente informativi.

Si tratta di una pratica complessa, che merita di essere approfondita e soprattutto diffusa, affinché un numero sempre maggiore di prodotti vengano resi accessibili, nell’ottica dell’inclusione.

A noi di WiP piace pensare che per rendere un buon servizio ai fini dell’accessibilità, nelle sue varie declinazioni, occorra prima di tutto mettersi nei panni dell’altro.

È un lavoro che, oltre a richiedere una grande professionalità, ci richiama fortemente all’empatia. E di empatia, si sa, non ce n’è mai abbastanza.

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