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La lingua del diritto

Linguaggi specialistici – La lingua del diritto

La letteratura relativa ai linguaggi specialistici e alle loro caratteristiche è ricca e molto varia. Sono tanti gli autori che hanno affrontato l’argomento e altrettanto numerose le teorie formulate a riguardo. In effetti non esiste un unico punto di vista, bensì una pluralità di opinioni che non sempre convergono.

Le divergenze sorgono perlopiù a livello formale: come denominare le varietà della lingua usata in ambiti sociali e professionali specifici? Lingue speciali, linguaggio tecnico, sottocodice, linguaggio settoriale, tecnoletto, microlingua, questo è l’elenco che stila Cortellazzo nel suo volumeLingue Speciali: la dimensione verticale, che tra l’altro pone una seconda questione: è meglio usare “lingua” o “linguaggio”? Lingua e linguaggio non sono la stessa cosa: mentre quest’ultimo corrisponde alla capacità dell’uomo di produrre suoni e con essi comunicare con gli altri esseri umani, la lingua è definita come un “complesso”, un “sistema”, ovvero qualcosa di più articolato che va ben al di là della semplice emissione di segni vocali. Si potrebbe obiettare che certi dizionari parlano di linguaggio come di un modo particolare di esprimersi all’interno di un gruppo o di una categoria di persone, specialmente in relazione al lessico e alla fraseologia. Va però considerato che si tratta di un significato estensivo del termine e non di quello primario, quale invece è quello di “lingua”. Cortellazzo stesso preferisce l’uso di “lingua” perché, dice, “si limita al codice verbale escludendo altri sistemi di codificazione”, opinione condivisa da altri autori, i quali considerano le lingue speciali come veri e propri codici grammaticali completi che vengono utilizzati in situazioni determinate. Detto questo, in base a cosa si stabilisce se un testo è specializzato oppure no? In realtà non è così semplice dare una risposta, perché praticamente ogni attività umana richiede un certo grado di specializzazione. Diciamo che non è tanto l’argomento di un testo a renderlo specializzato, bensì il modo in cui tale argomento viene sviluppato, ovvero il grado di specializzazione, in base al quale si distinguono testi altamente specializzati, mediamente specializzati e poco specializzati.

Nello specifico, oggi ci occupiamo dei primi, focalizzandoci sulla lingua del diritto. Studiare una legge o ascoltare un avvocato che parla del suo lavoro fa capire immediatamente che il modo in cui la prima è redatta e quello in cui il secondo si esprime è diverso da ciò che definiamo “lingua comune”. Quella del diritto è infatti è una delle tante lingue speciali esistenti, dotata di una sua particolare nomenclatura, una sua grammatica e un suo stile.

Non tutte le lingue speciali presentano le stesse caratteristiche: il tradizionalismo, ad esempio, è esclusivo della lingua del diritto, che si contraddistingue proprio per la sua natura conservatrice, unita all’utilizzo di un registro aulico ed espressioni sintattiche complesse che hanno come risultato quello di rendere tale lingua poco accessibile ai non addetti ai lavori, creando una sorta di distanza tra l’avvocato e l’interlocutore comune. L’aspetto arcaico e conservatore del linguaggio giuridico si riscontra soprattutto nel lessico, caratterizzato da tecnicismi e formule latine (retaggio del Diritto Romano) la cui evoluzione dal punto di vista grammaticale e storico è stata davvero minima. In realtà, molti dei termini utilizzati in ambito giuridico sono gli stessi che le persone usano nel linguaggio di tutti i giorni, con la sola differenza che tali termini vengono utilizzati con un’accezione diversa. Un esempio interessante, visto che questo è un articolo della rubrica #traduzioneacolazione, è proprio il verbo tradurre: mentre nell’italiano comune ha il significato che tutti conosciamo, in ambito giuridico indica l’azione di “condurre, trasferire da un luogo all’altro”. L’ambiguità di cui viene “accusata” la lingua del diritto deriva proprio da tecnicismi di questo tipo.

Economia e chiarezza non sono riscontrabili nel linguaggio giuridico, così come la precisione referenziale, secondo cui a ogni termine deve corrispondere un concetto ben preciso. Dal punto di vista sintattico, poi, la lingua del diritto presenta uno stile prolisso, determinato dall’uso abbondante di costruzioni perifrastiche e ipotattiche, ovvero di catene (a volte lunghissime) di subordinate e di locuzioni preposizionali. La preferenza per uno stile nominale piuttosto che verbale introduce un altro tratto saliente del linguaggio giuridico: il suo carattere freddo e del tutto privo di emotività. Per quanto riguarda i tempi verbali, il presente indicativo domina quasi incontrastato, e frequenti sono le forme impersonali e passive dei verbi.

Va da sé che, per un traduttore, affrontare testi di natura giuridica presuppone un lavoro di ricerca immenso, quando non un vero e proprio studio approfondito della materia. Ogni paese, infatti, ha leggi legate al proprio sostrato culturale, quindi è opportuno documentarsi e capire se certi concetti possono essere tradotti senza problemi perché esiste una corrispondenza perfetta, oppure se occorre lasciarli in originale e spiegare agli utenti finali di che cosa si tratta.

 

Ringraziamo Sara Piva di @lacolazionedisara, che con i suoi biscotti e la sua granola ha reso più bella la foto di questo articolo.