Maggio 17 2020 0Comment
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Linguaggi specialistici – La lingua della medicina

Diversi anni fa ci è capitato di affrontare la traduzione di un articolo di natura medico-psichiatrica dedicato alla schizofrenia in cui, a più riprese, venivano citate parti del DSM-IV, cioè la quarta revisione del Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali pubblicata nel 1994 dall’American Psychiatric Association (APA). Il manuale, scritto da una commissione di psichiatri e pensato per la consultazione da parte di psichiatri, è un esempio di situazione comunicativa “specialista <> specialista” in cui la terminologia tecnica abbonda. Se da una parte l’articolo presentava un linguaggio divulgativo per inquadrare il problema della schizofrenia avvalendosi di concetti alla portata di lettori interessati all’argomento ma non per forza esperti, dall’altro utilizzava un linguaggio “specializzato”, cioè un linguaggio tipico di un determinato settore, quello medico-psichiatrico.

Come spiegava Marella Magris nel suo interessante saggio del 1992 La traduzione del linguaggio medico: analisi contrastiva di testi in lingua italiana, inglese e tedesca, “il linguaggio medico è un sottosistema del linguaggio naturale che viene utilizzato per la comunicazione tra specialisti della scienza medica. Tale sottosistema si distingue dal linguaggio generale e dagli altri linguaggi tecnici e scientifici per alcune caratteristiche, ossia per la scelta e l’uso di determinati mezzi sui piani morfosintattico, lessicale e testuale.” La lingua della medicina, così come quella della biologia o della chimica, è uno dei sottocodici del più generico linguaggio scientifico e, a sua volta, presenta una suddivisione interna in base all’argomento e al grado di specializzazione, rispettivamente denominati “dimensione orizzontale” e “dimensione verticale”.  Volendo dividere la lingua della medicina in sottosettori in base all’argomento, si può dire che in essa si riconoscono due varietà principali: la lingua della medicina teorico-scientifica e la lingua della medicina clinica. Mentre nella prima prevale il discorso teorico e vi è la necessità di descrivere i concetti in modo molto preciso, nella seconda prevale un discorso di tipo pratico con concetti espressi facendo ricorso a termini meno specifici. Quando invece si analizza il grado di specializzazione di un testo medico, si devono tenere in considerazione quattro criteri: il grado di astrazione (da “massimo” a “molto basso”), la forma linguistica esteriore (linguaggio molto ricco di terminologia specifica e sintassi molto rigida; linguaggio ricco di terminologia specifica e sintassi più libera; linguaggio povero di terminologia specifica e sintassi libera), l’ambito in cui si utilizzano i diversi livelli linguistici (scienze teoriche; scienze sperimentali; scienze applicate e tecnica; produzione di materiale; consumo) e infine la situazione comunicativa (da ricercatore a ricercatore; da ricercatore a specialista; da specialista a medico; da medico a paziente). Data questa classificazione, è chiaro che trovare tutti questi parametri in un solo testo è molto improbabile, perché un ricercatore può decidere di comunicare con un altro ricercatore utilizzando un linguaggio del tutto privo di terminologia, così come un medico può rivolgersi al proprio paziente ricorrendo a terminologia molto specifica (cosa affatto rara, peraltro), ed è qui che il traduttore deve essere bravo a riconoscere i vari livelli individuando il lettore target e adeguando il linguaggio di conseguenza.

È chiaro che per affrontare la traduzione di un testo medico bisogna avere bene in mente le caratteristiche del linguaggio della medicina, in modo da riconoscerle all’interno del testo di partenza e renderle al meglio in quello d’arrivo. Dal punto vista della sintassi, riconosciamo uno stile prevalentemente nominale; l’uso di costruzioni impersonali (in cui è del tutto assente la prima persona singolare) e passive, e infine forme verbali all’indicativo, che servono a rendere la tangibilità dei fatti scientifici. Tutte insieme, queste peculiarità concorrono all’economia tipica dei testi scientifici ed esprimono la loro tendenza alla non-emotività e all’oggettività. Parlando di lessico, una delle caratteristiche più evidenti e anche più interessanti è l’incredibile ricchezza del linguaggio medico, formato in grandissima parte da termini di derivazione greca e latina. Riguardo alla formazione delle parole, infatti, il meccanismo più usato è l’affissazione con prefissi e suffissi propri di queste due lingue (anti- “contro”, cata- “inferiore”, eso- “all’esterno”, inter- “tra”, iper- “in eccesso” / -ia “condizione patologica”, -ismo “condizione”, -oma “tumore”, -osi “processo degenerativo).

Nella sua ricchezza, oltre alla quantità di tecnicismi specifici, il linguaggio medico comprende anche un gran numero di tecnicismi collaterali, tra cui alcuni che assumono una connotazione diversa da quella comune, come ad esempio apprezzare, che in ambito medico non significa “valutare positivamente” bensì “riscontrare”, o compromettere, usato con il significato di “alterare, ostacolare”. La vastità del lessico medico è dato anche dall’abbondante presenza di sinonimi: l’encondromatosi, ad esempio, che è un’alterazione congenita che colpisce lo scheletro nelle prime fasi dello sviluppo, è conosciuta anche come Malattia di Maffucci, Sindrome di Maffucci, Malattia di Ollier, Morbo di Ollier. Da notare, fra l’altro, la presenza degli eponimi, anch’essi molto diffusi in medicina. Come spiega la Magris, la diffusione della sinonimia nel linguaggio medico è da attribuire al fatto che a volte gruppi di ricercatori diversi “giungono contemporaneamente, o quasi, a scoprire un determinato fenomeno […] oppure coniano un termine senza consultare adeguatamente la letteratura preesistente”. Perché l’ultima parte di questa frase è in italico? Perché ci offre lo spunto per una breve riflessione: che cosa sarebbe successo se noi, che non siamo scienziati né psichiatri e non abbiamo quindi alcuna autorità in ambito medico, avessimo tradotto l’articolo sulla schizofrenia ignorando la letteratura preesistente, cioè la traduzione ufficiale del DSM-IV? Probabilmente noi stessi avremmo coniato nuovi termini, ma con il solo risultato di consegnare un lavoro di pessima qualità.

È chiaro che, al pari della traduzione giuridica di cui abbiamo parlato alcuni articoli fa, anche quella medica richiede moltissima competenza e soprattutto tanto aggiornamento perché, come ben sappiamo, i cambiamenti in campo scientifico sono tanti e continui. Ne sanno qualcosa i colleghi che, negli ultimi due mesi, hanno tradotto testi relativi al Covid-19.

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