Maggio 16 2021 0Comment

Una colazione a teatro

Per gustare la #traduzioneacolazione di oggi vi preghiamo di accomodarvi al vostro posto, spegnere i dispositivi elettronici, attendere che le luci si abbassino e godervi quei pochi, ma intensi istanti di silenzio che precedono l’apertura del sipario…

(In scena, una figura vestita di nero, il volto coperto da una maschera, inizia il racconto…)

Nell’ultimo anno, a causa della pandemia abbiamo dovuto rinunciare a molti riti laici come concerti e spettacoli e le nostre vite si sono impoverite di tutto ciò che è racchiuso nel termine inglese “play”. Parlarvi del libro Translating Yeats: prospettive letterarie, linguistiche e didattiche è il nostro modo per festeggiare la riapertura dei teatri.

Nel 2015, in occasione del 150° anniversario della nascita di Yeats, le curatrici del volume, Stefania Gandin e Loredana Salis, parteciparono al progetto europeo Yeats Reborn che si basava sul concetto di rinascita attraverso la traduzione e che portò alla pubblicazione di una raccolta delle novanta migliori traduzioni di poesie dell’autore. Da quella esperienza ha origine il libro di cui vi parliamo oggi, che non si limita a commemorare le parole di Yeats, ma tenta di rinnovarle attraverso la lettura, la traduzione e l’applicazione didattica. Il volume raccoglie e traduce alcune opere meno note del drammaturgo, saggista e poeta. Si tratta di testi piuttosto complessi dei quali vengono forniti sia una traduzione, con originale a fronte, sia un commento critico di chi ha tradotto il testo, che oltre a inquadrare l’opera in un preciso contesto storico e culturale, ne analizza le principali sfide traduttive.

Ma qual è il legame tra Yeats e il teatro?

Per Yeats la forma artistica per eccellenza era la poesia, intesa come poiesis, cioè un’espressione creativa che combinava la poesia in senso stretto, il teatro e la critica letteraria. Il teatro era quindi il laboratorio della poesia, un luogo di sperimentazione dove la parola diventava protagonista.

Nelle prime due sezioni del libro, Reborn in Translation e Reborn in Performance, dove grazie alla traduzione e alla critica dei saggi The Autumn of the Body, The Theatre e At Stratford-on-Avon e del dramma per danzatori The Dreaming of the Bones si delinea l’impegno culturale e politico dell’autore. Yeats ambiva infatti a fondare un teatro nazionale che restituisse all’Irlanda lo spirito eroico e celtico del passato, in contrasto con l’”autunno del corpo” cioè il decadimento delle arti e della cultura dell’epoca vittoriana. Questo sogno di un teatro fatto da irlandesi per irlandesi si concretizzò nella fondazione dell’Irish Literary Theatre, poi diventato Irish National Theatre Society e con l’inaugurazione dell’Abbey Theatre nel 1904. Il teatro diventava così un’opportunità di riscatto per un popolo oppresso dal colonialismo inglese e contaminato dell’utilitarismo della società moderna. Se Londra era l’emblema della decadenza, Dublino doveva rappresentare un luogo di rinascita spirituale, artistica e culturale. Yeats immaginava un teatro rituale che rimettesse la parola al centro, i musici dovevano restare in disparte, le scene dovevano essere essenziali così come gli abiti degli attori che dovevano indossare delle maschere per non distrarre il pubblico dalle parole declamate sul palco.

Per una lettura più approfondita dell’intreccio tra letteratura, politica e storia, è particolarmente interessante il saggio critico In death they’re stronger still dove vengono messe a confronto le reazioni di Kearney e Yeats all’insurrezione di Pasqua del 1916, analizzando le ballate del primo e le poesie del secondo successive a quella che è stata definita Easter Week. Kearney era un rivoluzionario della classe operaia e scrittore di ballate popolari intrise di sentimenti anti-inglesi. Yeats, invece, apparteneva alla classe borghese, aveva amicizie inglesi e anglo-irlandesi, detestava l’uso dell’arte a fini propagandistici e sperava che un giorno si sarebbe potuto porre fine all’odio tra i due popoli. Per riferirsi al sacrificio di Pasqua del 1916, Yeats coniò l’espressione “terrible beauty” che esprime il delicato equilibrio della sua posizione. Come spiega bene Antonio Bibbò nel suo articolo Il teatro irlandese in Italia durante la seconda guerra mondiale (https://rivistatradurre.it/il-teatro-irlandese-in-italia-durante-la-seconda-guerra-mondiale-traduzione-e-politica/), fu proprio questa dicotomia di posizioni a decretare il successo della letteratura irlandese in Italia durante e dopo la seconda guerra mondiale, periodo in cui gli autori irlandesi venivano tradotti sia dalla propaganda fascista, per alimentare i sentimenti anti-inglesi, sia dai movimenti antifascisti, per ispirare alla lotta per la liberazione.

Infine, l’ultima parte del libro, Poetry Reborn, è quella più didattica perché riporta i risultati di due laboratori universitari, uno dedicato alla messa in scena di The Dreaming of the Bones e l’altro alla traduzione o alla ritraduzione di alcune poesie yeatsiane.

Il vero tesoro di questo volume è rappresentato dalle note di traduzione. Dopo ogni testo, viene lasciato ampio spazio alle traduttrici e ai traduttori per spiegare le principali difficoltà riscontrate e le strategie adottate per superarle. Emerge chiaramente lo studio richiesto dai tanti riferimenti intertestuali e, nel caso di alcune poesie, anche il confronto con traduzioni precedenti. In tutti i commenti si fa spesso riferimento a un uso di una lingua semplice solo in apparenza, ma che cela simmetrie, ripetizioni e rimandi che hanno richiesto in alcuni casi rielaborazioni, parafrasi e talvolta adattamenti. Pensiamo ad esempio a un termine apparentemente banale come “play” che in inglese indica tutte le sfumature della produzione teatrale, dalla commedia, alla tragedia, ma che in italiano non ha un equivalente altrettanto versatile. Tra le varie opzioni possibili ci sono “dramma “, “opera drammatica”, oppure il prestito francofono “pièce”, quale sarà stata adottata in traduzione? Oppure pensiamo a “people”, parola chiave che suggerisce lo scopo del teatro yeatsiano: raggiungere le persone, singole e come collettività. “People” viene usato dall’autore anche quando esisterebbero espressioni più specifiche come “book-readers” oppure “theatre-goers”. Come riuscire dunque a preservare lo stesso effetto in italiano? No, non vi sveleremo le soluzioni, per scoprirlo, dovrete leggere il libro.

 

(Sipario)

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