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	<title>Traduzione e adattamento di opere audiovisive</title>
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	<description>Adattamenti audiovisivi, traduzioni brevettuali, tecniche ed editoriali, corsi di formazione</description>
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		<title>La traduttrice del silenzio</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Silvia Giustiniani]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 21 Sep 2026 13:02:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[traduttrice]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La nuova stagione di #traduzioneacolazione si apre con un testo di narrativa dalla trama coinvolgente: La traduttrice del silenzio di Valentina Cagnazzo, edito da IoScrittore nel 2026. Gemma De Angelis fa un lavoro invisibile come lei: traduce dialoghi di film e serie TV per conto di un collega che ci mette il nome. Vive sola [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>La nuova stagione di #traduzioneacolazione si apre con un testo di narrativa dalla trama coinvolgente: <a href="https://www.ioscrittore.it/ebook/la-traduttrice-del-silenzio/"><em>La traduttrice del silenzio</em></a> di Valentina Cagnazzo, edito da IoScrittore nel 2026.</p>
<p><em>Gemma De Angelis fa un lavoro invisibile come lei: traduce dialoghi di film e serie TV per conto di un collega che ci mette il nome. Vive sola a Roma, in un appartamento che si sgretola come le sue ambizioni, schiacciata tra scadenze, lavoretti sottopagati e le visite a Frascati dai genitori. Tutto cambia quando si imbatte in Misión, un romanzo spagnolo che racconta il ritrovamento in una fossa comune di dieci corpi fucilati durante la Guerra Civile. Quelle pagine crude e spoglie le aprono una finestra su un passato di violenza e dignità, di vite spezzate e memorie dimenticate. Gemma decide di tradurre quel libro, e questa scelta la porta a Toledo, dove incontra Pilar, l’archeologa che ha diretto gli scavi, e Raúl, un giornalista il cui dolore familiare si intreccia con quella storia sepolta. Tra fotografie sbiadite, bugie e racconti di famiglie che da decenni aspettano una risposta, Gemma scoprirà che la memoria non è solo un esercizio intellettuale, ma un ponte tra generazioni, un modo per dare voce a chi è stato dimenticato. E immergersi in quella vicenda lontana le offrirà anche una nuova prospettiva: quella di una rinascita possibile, basata sulla determinazione di chi non si arrende. Un romanzo sulla ricerca di un’identità, sul coraggio di affrontare il passato e sulla forza necessaria per costruire un futuro, anche quando tutto sembra incerto.</em></p>
<p>Un romanzo in cui la traduzione diventa il motore della trama e una potente metafora del rapporto tra memoria, identità e ricerca della verità.</p>
<p><strong>La traduzione tra invisibilità e mediazione tra lingue, culture e significati</strong></p>
<p>La protagonista, Gemma De Angelis, è una traduttrice audiovisiva che resta perennemente nell’ombra, barcamenandosi tra le scadenze, i lavori sottopagati e la sensazione di non essere realmente vista né valorizzata, vivendo una condizione di precarietà economica, alle prese con la difficoltà di costruire una carriera stabile e il desiderio di trovare un progetto che abbia un significato autentico. Sì perché quello che emerge dal romanzo è che tradurre non costituisce soltanto una competenza tecnica, ma rappresenta anche un&#8217;attività che coinvolge profondamente la persona che la esercita.</p>
<p>La svolta narrativa arriva quando Gemma si imbatte in <em>Misión</em>, e colpita dalla forza del testo, decide di tradurlo. Da quel momento in poi viviamo insieme alla protagonista ogni risvolto del rapporto fra traduttore e opera e fra traduttore e autore.</p>
<p>Chi traduce sa che alcuni testi restano semplici incarichi professionali, mentre altri diventano esperienze che lasciano il segno. Gemma non si limita a tradurre <em>Misión</em>: ne viene coinvolta fino al punto di attraversare confini geografici e personali per comprenderlo appieno.</p>
<p>In questo senso, la traduzione emerge prepotentemente come un processo di ricerca. Per restituire una storia, bisogna prima comprenderla nel profondo. Per comprendere una voce, bisogna ascoltare chi l&#8217;ha generata. E nell’istante in cui Gemma acquisisce questa consapevolezza, il suo lavoro supera il semplice piano linguistico. La protagonista non si limiterà più a tradurre parole, ma cercherà di decifrare testimonianze, emozioni, silenzi e ricordi spesso traumatici.</p>
<p><em>La traduttrice del silenzio</em> offre una rappresentazione dinamica della nostra professione. Chi traduce non è una figura neutrale, ma viene dipinto come qualcuno che costruisce ponti tra mondi diversi e contribuisce alla trasmissione della memoria collettiva, che altrimenti rischia di andare perduta e di rimanere nell’oblio, come le vittime dimenticate della Guerra Civile spagnola.</p>
<p>Gemma traduce il silenzio restituendo voce a persone, eventi e storie rimasti ai margini, e in questa prospettiva, la traduzione diventa responsabilità verso l&#8217;altro e verso il passato.</p>
<p>Siamo sicuri che la penna di Valentina Cagnazzo riuscirà a rapirvi, com’è successo a noi, perciò vi auguriamo Buona lettura tutta d’un fiato!</p>The post <a href="https://www.words-in-progress.it/la-traduttrice-del-silenzio/">La traduttrice del silenzio</a> first appeared on <a href="https://www.words-in-progress.it">Traduzione e adattamento di opere audiovisive</a>.]]></content:encoded>
					
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		<title>Il Circolo PickWiP incontra #traduzioneacolazione</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Federica Sgubbi]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 22 Jun 2026 10:02:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Circolo PickWiP]]></category>
		<category><![CDATA[Ilaria Odennino]]></category>
		<category><![CDATA[Irlanda]]></category>
		<category><![CDATA[traduzione]]></category>
		<category><![CDATA[viaggio]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L’articolo con cui si chiude questa stagione di #traduzioneacolazione prima della pausa estiva è un po’ diverso dal solito, perché non parla di traduzione in senso stretto, né in forma di saggio né in forma di romanzo, ma parla piuttosto di cosa significa essere traduttrice (o traduttore) oltre a stare a una scrivania, davanti al [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>L’articolo con cui si chiude questa stagione di #traduzioneacolazione prima della pausa estiva è un po’ diverso dal solito, perché non parla di traduzione in senso stretto, né in forma di saggio né in forma di romanzo, ma parla piuttosto di cosa significa essere traduttrice (o traduttore) oltre a stare a una scrivania, davanti al computer a leggere, studiare e scrivere.</p>
<p>Grazie all’edizione 2025 del Premio Caro ho letto un’opera tradotta da Ilaria Oddenino e mi sono subito appassionata al suo lavoro: date un’occhiata al suo <span style="color: #0000ff;"><a style="color: #0000ff;" href="https://www.ilariaoddenino.com/">sito</a></span> per scoprire la miriade di progetti che cura. La squadra di WiP ha quindi deciso di invitarla a un appuntamento del Circolo PickWiP – a cui vi invito a <span style="color: #0000ff;"><a style="color: #0000ff;" href="https://b53acd37.sibforms.com/serve/MUIEAJLyauWBAJQBBCnGzM-Yzp1sTaCVfe1BSkOr_hKs3EUKJbTFGe5oy4ES-2Bfuiqw-8AdltgMZHf5LceykLoYZvJ0nhOve33M1BnCqIzbjqzLV1iumPExgwsEGSrhQd5uyJbH2BaEwX7h3LbPZKw3H-K2GbNsX06X22d4zf7rvYjeY96OiOBg1umCkyHpOmqI38eZg1db12lr">iscrivervi</a></span> gratuitamente perché avrete l’occasione di chiacchierare una volta al mese con ospiti eccezionali – per parlare delle sue traduzioni e non solo.</p>
<p>Dovete sapere che periodicamente mi infatuo di qualcosa, che cattura completamente la mia attenzione e diventa il centro di tutto ciò che leggo, ascolto o guardo in TV. Il mio amore più recente è l’Irlanda, per cui sto seguendo piccole case editrici irlandesi, guardo video per studiare l’accento, compro libri per approfondire la storia. “Banale”, mi direte voi, “ora ne parlano tutti”. Non posso che darvi ragione, ma posso garantirvi che non è partito tutto da Sally Rooney, anzi. Questo lungo preambolo per dirvi che ho subito colto la palla al balzo per chiedere a Ilaria Oddenino come fosse nato il suo <em><span style="color: #0000ff;"><a style="color: #0000ff;" href="https://www.edizionidiatlantide.it/prodotto/dispacci-dallirlanda/">Dispacci dall’Irlanda</a></span></em>, che potete scaricare gratuitamente dal sito della casa editrice Atlantide.</p>
<p>Ilaria ha tradotto per Atlantide <span style="color: #0000ff;"><em><a style="color: #0000ff;" href="https://www.edizionidiatlantide.it/prodotto/le-voci-non-si-fermano/">Le voci non si fermano</a></em></span>, romanzo d’esordio della scrittrice irlandese Olivia Fitzsimons ambientato nell’Irlanda del Nord degli anni Novanta, che successivamente l’ha invitata a presentare il libro insieme a lei al Belfast Book Festival. Tra loro è nato un rapporto di amicizia e nel 2024 Ilaria ha deciso di partecipare a <span style="color: #0000ff;"><em><a style="color: #0000ff;" href="https://culture.ec.europa.eu/culture-moves-europe/home">Culture Moves Europe</a></em></span>, che finanzia progetti-ponte tra diversi paesi dell’Unione Europea, proponendo appunto il viaggio di un’autrice e della sua traduttrice attraverso i luoghi in cui è ambientato il romanzo. Da questa splendida esperienza che Ilaria definisce “un esempio di quante cose belle può mettere in moto la traduzione” è nato un diario di viaggio fatto di luoghi, incontri, esperienze, persone, musica, storie, che la casa editrice Atlantide ha poi deciso di mettere a disposizione di noi lettori, testimonianza dello splendido rapporto di stima che lega l’editore e la sua traduttrice.</p>
<p>Non ho intenzione di svelarvi troppo di questo libro, perché è molto breve e piacevole da leggere e vorrei che ciascuno di voi salisse in macchina con Ilaria e Olivia e le seguisse in questa avventura.</p>
<p>Il libro percorre le varie tappe del viaggio delle due amiche che, come bussola, usano la voce dei protagonisti del romanzo, in particolare quella di Sam (per certi aspetti, una sorta di alter ego dell’autrice).</p>
<p>Si parte da Dublino, dove Ilaria partecipa a tanti eventi e reading letterari scoprendo un livello di accoglienza quasi ineguagliabile, dove Roddy Doyle e vari altri autori erano soliti invitare il pubblico a bere una birra al pub dopo le presentazioni. Questo aneddoto mi ha fatto venire in mente quella volta che Vollmann, durante il firmacopie al termine della presentazione del suo ultimo libro in un rovente pomeriggio estivo bolognese, si è preso il tempo di fare una domanda personale a ciascuno di noi e ci ha invitati uno per uno a bere una grappa al bar in piazza. Forse con una birra non ci saremmo sciolti tutti sotto i 40° di quella giornata di luglio, ma ricordo con grande piacere la sua disponibilità e accessibilità, che non mi sarei mai aspettata.</p>
<p>A questo punto si parte per il Nord, e fin dai primi incontri si capisce quanto sia importante la lingua in queste zone, intesa come elemento identitario di un popolo. Attraverso gli occhi di Sam – e di Ilaria – vediamo la contea di Down, il bacino idrico di Spelga (attenzione alla pronuncia!) e le montagne. Si parte poi alla volta di Downpatrick, dove si trova la tomba di San Patrizio, per poi prendere la direzione di Newcastle e visitare, almeno da fuori, l’istituto femminile cattolico frequentato a suo tempo dall’autrice e molto simile a quello frequentato dalla Sam del libro. Qui Ilaria fa un parallelismo con la serie Derry Girls, ambientata nello stesso periodo del romanzo, le cui protagoniste sono “adolescenti ribelli che mal sopportano la scuola, la religione e le ingombranti complicazioni legate alla coda lunga dei Disordini”. Devo ammettere che avevo già provato a guardare la serie ma l’accento era molto ostico e richiedeva un livello di attenzione maggiore di quello che credevo. Ci riproverò sicuramente.</p>
<p>Quando si parla di Irlanda del Nord non si può non parlare dei Troubles che hanno scosso il paese tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio degli anni Novanta, e anche se quello di Olivia non è un romanzo sui Disordini, l’autrice si serve della voce di Sam per svelarci quali sentimenti si provavano alla fine di un periodo così duro: “un misto di rassegnazione, rabbia, sfinimento, sfiducia, totale mancanza di senso”.</p>
<p>Il viaggio prosegue e approdiamo a Belfast, dove Ilaria scopre in prima persona che, proprio come sosteneva Sam, gli irlandesi sono davvero fissati con i giochi di parole. A dare il benvenuto alla traduttrice è l’insegna di un negozio di riparazioni sartoriali che si chiama <em>Seams Perfect</em>. Bellissimo. E a questo punto non possiamo far altro che chiederci… “Come avrà fatto Ilaria a rendere in italiano i <em>pun</em> usati da Sam nel libro?” Non ci resta che leggerlo.</p>
<p>Nella città di Belfast sono presenti anche i cosiddetti <em>peace walls</em>, muri costruiti per limitare gli scontri tra cittadini di diverse fazioni nelle aree ad alta tensione, oggi ricoperti di murales, uno dei quali ha colto l’attenzione di Ilaria portandola a fare una riflessione sulla lingua. Ilaria scrive: “È in corso, mi pare, una rivoluzione culturale che ha al centro non solo la promozione e la rivalutazione del gaelico irlandese, ma una volontà di traghettarlo nella contemporaneità, attrezzando questa lingua associata alla tradizione di un nuovo vocabolario con cui i giovani possono parlare di ciò che davvero li riguarda: dalle uscite, alla musica, al sesso, persino alle droghe.”. Simbolo di questo cambiamento è il grande successo dei Kneecap, una band composta da tre ragazzi di Belfast che rappano in irlandese e che hanno recitato in un film che racconta i loro inizi, addirittura candidato dall’Irlanda agli Oscar 2025. Rivedo questo desiderio di rivalutare la lingua gaelica, intesa come elemento identitario, in molti altri esempi, come la scrittrice Naoise Dolan che spesso sui suoi canali social parla in gaelico e sempre meno in inglese, o Jessie Buckley che, in occasione della vittoria come miglior attrice agli Oscar 2025per il ruolo interpretato in Hamnet, ha chiuso il suo discorso con una frase di ringraziamento in irlandese.</p>
<p>Il nostro viaggio con Ilaria e Olivia (e Sam) finisce qui. Grazie alle parole di Ilaria e alle sue splendide foto, dal divano di casa mia a Imola ho visto paesaggi stupendi, sentito voci diverse, incontrato personaggi memorabili e appuntato una miriade di libri da leggere, storie da approfondire, musica da ascoltare, programmi da guardare.</p>
<p>Come scrivevo in apertura, questo articolo non parla del mestiere del traduttore, non analizza un testo, una tecnica, una resa particolare, ma ci racconta qual è il potere della traduzione: costruire ponti tra paesi e culture, instaurare legami di amicizia, farci scoprire realtà a noi sconosciute a due passi da casa nostra, aprire gli occhi sul mondo.</p>The post <a href="https://www.words-in-progress.it/il-circolo-pickwip-incontra-traduzioneacolazione/">Il Circolo PickWiP incontra #traduzioneacolazione</a> first appeared on <a href="https://www.words-in-progress.it">Traduzione e adattamento di opere audiovisive</a>.]]></content:encoded>
					
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		<title>Ivy Lodge &#8211; A memoir of Translation and Discovery</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Cristina Rizzo]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 25 May 2026 09:29:10 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[memoir]]></category>
		<category><![CDATA[tradurre la vita]]></category>
		<category><![CDATA[traduzione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Per la #traduzioneacolazione di oggi vi presentiamo il memoir della traduttrice e interprete statunitense Linda Murphy Marshall. L’Ivy Lodge del titolo è la casa in cui Linda e la sua famiglia si trasferiscono nel 1959, quando lei ha 9 anni. Imponente e a tratti inquietante, farà da sfondo al rapporto travagliato con una famiglia percepita [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Per la #traduzioneacolazione di oggi vi presentiamo il <span style="color: #0000ff;"><a style="color: #0000ff;" href="https://www.amazon.com/Ivy-Lodge-Memoir-Translation-Discovery-ebook/dp/B09CY98PH5/ref=tmm_kin_swatch_0">memoir</a> </span>della traduttrice e interprete statunitense Linda Murphy Marshall. L’Ivy Lodge del titolo è la casa in cui Linda e la sua famiglia si trasferiscono nel 1959, quando lei ha 9 anni. Imponente e a tratti inquietante, farà da sfondo al rapporto travagliato con una famiglia percepita come una lingua straniera molto difficile da imparare.</p>
<p>Il memoir si apre con la descrizione del meteo in un giorno di febbraio del 2000: coperto, uggioso, gelido. I genitori di Linda sono morti entrambi, la madre a un anno e mezzo di distanza dal padre, e lei è ferma davanti ad Ivy Lodge in attesa di entrarci insieme ai fratelli per decidere, stanza per stanza, che cosa tenere e che cosa lasciar andare.</p>
<p>Mentre aspetta, alza gli occhi verso quella che era stata la sua camera da letto, e uno dei primi pensieri che le tornano alla mente è la totale mancanza di slanci emotivi da parte del padre: mai una volta che le avesse rimboccato le coperte, che avesse dato il via spontaneamente a un abbraccio o le avesse porto la mano per aiutarla ad attraversare la strada. Non che dal versante materno fosse andata molto meglio: anaffettiva come, se non ancor più del padre, tra i due la madre era quella più difficile da &#8220;tradurre&#8221;. Il verbo non è usato a caso, perché Linda racconta di aver passato la vita &#8220;in an attempt to translate parents’ actions into meaning&#8221;, sforzandosi continuamente di dare un senso a linguaggi, suoni, gesti ed esperienze. E questo ben prima di diventare traduttrice e interprete di professione. Che le parole usate per rivolgersi a lei fossero parlate, sussurrate o gridate, sapeva di doverle decifrare, perché non andavano mai dritte al punto, ma ci giravano intorno con l’unico risultato di farla sentire perennemente inadeguata e di lasciarla ad arrovellarsi sul loro significato:</p>
<h5>&#8220;More often than not, my stabs at translating my parent’s words and behavior didn’t contain any of the original words used in their statements. […] I had to make leaps into the unknown, frequently when no words or clues could help me in my translation.&#8221;</h5>
<p>Per difendersi dalle continue frecciate dei genitori e dalla loro capacità di ferirla, la scelta più naturale era stata quella di studiare e di lavorare con le lingue straniere, un ambito in cui nessuno avrebbe potuto deriderla o sminuirla. O almeno di questo si era convinta Linda, finché un giorno la madre, assestandole l’ennesima pugnalata, aveva fatto notare a un amico di famiglia che sì, per carità, la figlia aveva fatto da interprete a lei e al marito durante un viaggio di diversi giorni a Barcellona traducendo migliaia di parole, però non era stata in grado di tradurre <em>catetere</em> in spagnolo:</p>
<h5>&#8220;Yet, you didn’t know the word for <em>catheter</em> in Spanish, did you, Linda?&#8221;</h5>
<p>Sembra quasi di vederlo, il sorrisino sprezzante della madre mentre pronuncia queste parole…</p>
<p>In quello che sembra un processo di auto-guarigione, stanza dopo stanza e oggetto dopo oggetto, Linda prova a riconsiderare alcuni avvenimenti dolorosi del passato attraverso la propria lente di ingrandimento (&#8220;My parents can no longer interpret my life for me; that’s my job now&#8221;), scoprendo così una verità diversa da quella che si era sempre raccontata: ciò che gli altri dicono o pensano di noi non ci determina. Nemmeno se gli altri sono i nostri genitori.</p>The post <a href="https://www.words-in-progress.it/ivy-lodge-a-memoir-of-translation-and-discovery/">Ivy Lodge – A memoir of Translation and Discovery</a> first appeared on <a href="https://www.words-in-progress.it">Traduzione e adattamento di opere audiovisive</a>.]]></content:encoded>
					
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		<title>Transcreazioni &#8211; L&#8217;atto creativo nei processi traduttivi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Ilenia Gradinello]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 20 Apr 2026 09:26:24 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[autotraduzione]]></category>
		<category><![CDATA[identità]]></category>
		<category><![CDATA[psicologia]]></category>
		<category><![CDATA[traduzione]]></category>
		<category><![CDATA[transcreazione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Quando si parla di “transcreazione”, in genere, si intende una traduzione creativa volta ad adattare il messaggio, per lo più pubblicitario, alla cultura di arrivo. Non fa una grinza. Eppure, se scandiamo bene la parola, Trans-Cre(a)-Azione, ci rendiamo conto che racchiude in sé un potenziale ben più variegato. Il volume che vi presentiamo oggi, Transcreazioni [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Quando si parla di “transcreazione”, in genere, si intende una traduzione creativa volta ad adattare il messaggio, per lo più pubblicitario, alla cultura di arrivo. Non fa una grinza. Eppure, se scandiamo bene la parola, Trans-Cre(a)-Azione, ci rendiamo conto che racchiude in sé un potenziale ben più variegato.</p>
<p>Il volume che vi presentiamo oggi, <span style="color: #0000ff;"><a style="color: #0000ff;" href="https://www.lafeltrinelli.it/transcreazioni-atto-creativo-nei-processi-libro-vari/e/9791222325767?utm_source=google&amp;utm_medium=cpc&amp;utm_campaign=PMax_Shopping_Kelkoo_Libri_Universitari&amp;gad_source=1&amp;gad_campaignid=17182894285&amp;gbraid=0AAAAAC8kHMRuVCSHqwlrNiT_ghOCzaUDV&amp;gclid=Cj0KCQjw7cLOBhDmARIsAGsuA0ldqJiPuI9G9K4YJmGpYVLWfRBjBRi3uhOYF0FDbx3leP95VHbaTWQaAn0gEALw_wcB">Transcreazioni – l’atto creativo nei processi traduttivi</a></span>, esplora questo potenziale declinando il concetto di traduzione come atto creativo attraverso riflessioni di firme affermate e voci emergenti su memoria, identità, trauma, didattica e autorialità. L’obiettivo ambizioso della raccolta, curata da Calzoni, Covella, Como e Maffei, è far dialogare la ricerca accademica con la società per individuare tracce concrete del <strong>«valore della traduzione nella costruzione critica del sapere</strong><strong>»</strong>.</p>
<p>Ecco, quindi, che l’atto traduttivo diventa uno strumento per ricostruire il passato di una madre, un ausilio alla riconciliazione con un’eredità pesante, il tentativo di riparare a un trauma intergenerazionale o di afferrare il silenzio delle pause. Abbiamo scelto di raccontarvi le tre prospettive che ci hanno più incuriosito per l’originalità del punto di vista o per la ricchezza degli spunti e dei riferimenti che portano.</p>
<h4></h4>
<h4><strong>EGEMONIE DELLA MEMORIA – HELENA COMO</strong></h4>
<h4><strong>Dinamiche e linguaggi del potere in <em>Heimat</em> e <em>Belonging</em> di Nora Krug</strong></h4>
<p>Il cuore di questo saggio è l’<strong>autotraduzione </strong>come strumento per esplorare la propria identità, argomento caro a questo blog e che avevamo già trattato nella <span style="color: #0000ff;"><a style="color: #0000ff;" href="https://www.words-in-progress.it/translating-myself-and-others/">recensione del libro <em>Translating Myself and Others</em></a></span> di Jhumpa Lahiri.</p>
<p>La premessa del saggio è il concetto di <em>cultural translation</em> secondo il quale le scelte compiute in qualunque traduzione non possono prescindere da parametri culturali. Quando, poi, si analizza l’autotraduzione nello specifico, non si possono non considerare i rapporti di potere tra nazioni, lingue e culture all’interno delle quali prende vita. Si distingue, infatti, tra <strong>autotraduzione «verticale» o «orizzontale»</strong>, a seconda del valore che si attribuisce alle lingue coinvolte, le quali possono essere percepite entrambe come «autonome e dominanti», oppure, in dinamiche coloniali, come una «dominante» e una «subordinata».</p>
<p>Nell’esempio esaminato nel saggio, l’autotraduzione di Nora Krug della sua <em>graphic novel</em> <span style="color: #0000ff;"><a style="color: #0000ff;" href="https://nora-krug.com/belonging-heimat"><em>Belonging: A German Reckons with History and Home</em></a></span> nella versione tedesca <a href="https://nora-krug.com/german-version"><em><span style="color: #0000ff;">Heimat: ein deutsches Familienalbum</span></em></a>, siamo di fronte a un’autotraduzione orizzontale perché sono coinvolte due lingue europee, inglese e tedesco, percepite entrambe come dominanti. Questo, però, non esclude che tra le due versioni, source inglese e target tedesca, non esista in realtà un disequilibrio, non tanto esteriore, quanto intimo e personale.</p>
<p>Scrittrice e illustratrice nata nel 1977 in Germania e naturalizzata americana, nella <em>graphic novel</em> Nora Krug ricostruisce la storia della propria famiglia attraverso gli <strong>stereotipi relativi all’identità tedesca</strong> affermatisi nell’immaginario collettivo, e quindi anche nel suo, a partire dal secondo dopoguerra. La storia personale dell’autrice tiene così insieme <strong>tre prospettive diverse</strong>: quella che deve fare i conti con lo spettro di uno zio nazista in famiglia, quella di un presente in cui la lingua del Paese d’adozione suona più naturale di quella materna e, infine, quella del disagio provato durante le parate di newyorkesi che festeggiano con orgoglio le proprie origini tedesche senza provare paura, né vergogna. Scrivere <em>Belonging,</em> e poi tradurlo in <em>Heimat,</em> per Nora Krug ha significato intraprendere un viaggio attraverso questi tre aspetti della propria identità per integrarli e trovare un equilibrio.</p>
<p>Non è un caso che una <em>graphic novel</em> sull’elaborazione del passato nazista della Germania sia nata prima traducendo concetti della storia e della cultura tedesca in inglese per poi riapprodare al tedesco attraverso un’autotraduzione. Infatti, accade spesso che autori emigrati abbiano bisogno di guardare le proprie radici attraverso lo specchio di un pubblico “straniero”. L’autotraduzione diventa quindi uno strumento fondamentale per misurarsi con la lingua madre e, al contempo, per ridefinire la propria identità. In questo processo, in virtù del fatto che traduttrice e autrice coincidono, sono state possibili <strong>libertà e riscritture</strong> fondamentali per far emergere lo scarto tra le identità di Nora Krug, ma che sarebbero state impensabili se la traduzione fosse stata affidata a un’altra persona.</p>
<p>A questo riguardo, risultano particolarmente utili <strong>le schede dedicate a parole e concetti tedeschi</strong> <strong>di difficile traduzione</strong>. Emblematico l’esempio di <strong><em>Heimat</em></strong> che in tedesco ha un significato più totalizzante dell’inglese <em>home</em>, come emerge dalle parole della stessa autrice: «quel termine che definisce il concetto di un luogo o di un paesaggio, reale o immaginario, con cui una persona […] stabilisce un immediato senso di familiarità». Da qui la scelta di usare “<em>belonging</em>” per il titolo inglese, che rende bene l’idea di appartenenza e di identificazione con una specifica visione del mondo, anche se non può restituire il peso della strumentalizzazione nazionalsocialista che graverà per sempre sulla parola <em>Heimat</em>.</p>
<p>Nella versione inglese le parole del passato nazista sono scritte in tedesco e in maiuscolo. Così il pubblico americano di fronte alla parola KONZENTRATIONSLAGER, ne percepisce l’orrore, ma, forte di un falso senso di sicurezza dato dalla distanza grafica e linguistica, si illude di poter prendere le distanze da quei termini e da quei concetti. Man mano che seguirà Nora Krug nel suo tentativo di venire a patti con i pezzi della sua identità e del suo passato, però, il pubblico anglofono sarà costretto a riconsiderare la neutralità della propria lingua. La dimensione metalinguistica è imprescindibile in questo lavoro di ricerca e ricostruzione di un’identità frammentata e rimette in discussione le certezze di chi scrive, ma anche di chi legge, in entrambe le lingue.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h4><strong>LA TRADUZIONE RIPARATRICE – MICHELA CARDINI</strong></h4>
<h4><strong>Trauma, memoria e scrittura nell’opera di Janine Altounian</strong></h4>
<p>Il secondo saggio di cui vi parleremo sonda la <strong>relazione fra traduzione e psicologia</strong>, un tema intorno al quale si snoda <span style="color: #0000ff;"><a style="color: #0000ff;" href="https://www.words-in-progress.it/podcast/">PsychoTrad</a></span>, il podcast che abbiamo ideato insieme alla psicoterapeuta <span style="color: #0000ff;"><a style="color: #0000ff;" href="https://percorsiconlaura.com/">Laura Romagnoli</a></span>. Considerato il nostro interesse per l’argomento, non potevamo certo lasciarci sfuggire l’analisi dell’<span style="color: #0000ff;"><a style="color: #0000ff;" href="https://www.lafeltrinelli.it/l-effacement-des-lieux-autobiographie-ebook-inglese-janine-altounian/e/9782130814085?srsltid=AfmBOopxsx8TF6nZhberiVdRDlsO7WvqC4vlR0jes6cT7OZpDkOgj_ow">autobiografia</a></span> di Janine Altounian, scrittrice francese di origine armena, figlia di sopravvissuti al genocidio del 1915, studiosa di psicanalisi e co-traduttrice di Freud.</p>
<p>La produzione letteraria della scrittrice è strettamente legata al <em>Diario di deportazione</em> che il padre aveva redatto nel 1921 e in cui raccontava tutto ciò che aveva subito dal 1915 al 1919 durante la marcia dalla città turca di Bursa fino in Francia. Il <em>Diario</em> era scritto nel dialetto turco parlato dalla comunità armena dell’Anatolia occidentale e meridionale, ma con caratteri armeni, per cui indecifrabile da Janine. Nel testo <span style="color: #0000ff;"><a style="color: #0000ff;" href="https://www.donzelli.it/libro/9788860361707"><em>Ricordare per dimenticare. Il genocidio armeno nel diario di un padre e nella memoria di una figlia</em></a></span>, la stessa Altounian racconta di aver avuto il coraggio di aprire quello scrigno per farlo tradurre in francese soltanto otto anni dopo la morte del padre. Da quel momento <strong>trauma e traduzione saranno legati a doppio filo nella vita della scrittrice</strong>. La traduzione, infatti, non è stata soltanto uno strumento di elaborazione del trauma, ma anche la scintilla che ha generato nuova scrittura per tenere viva una memoria famigliare. <strong>La scrittura diventa quindi, a sua volta, traduzione del trauma</strong>.</p>
<p>L’autrice esplora il legame fra «traduzione linguistica» e «traduzione psichica» anche <strong>attraverso la traduzione di Freud dal tedesco al francese</strong>. Come ricorda l’autrice, lo stesso Freud riprende l’esempio della traduzione di testi antichi per evidenziare la capacità dei traduttori di trasmettere la memoria di ciò che altrimenti rischierebbe di andare perduto. Janine fa suo questo concetto e lo amplia, attribuendo agli eredi di seconda o terza generazione il ruolo non soltanto di testimoni, ma anche di traduttori del trauma famigliare, in quanto sono gli unici in grado di ricevere la testimonianza e ridarle voce in un’altra lingua. Il focus dell’opera dell’autrice si sposta poi progressivamente da una dimensione più personale a una più pubblica e sociale, individuando nella traduzione lo strumento per prendere parola e dare voce a chi di quella parola è stato privato, evitando così che ricapiti alle generazioni future.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h4><strong><em>READ THAT BITCH!</em> L’INSULTO NEL CONTESTO DEL BALLROOMSPEAK – GIANCARLO COVELLA</strong></h4>
<h4><strong>Fenomenologia, gergalità e questioni traduttive</strong></h4>
<p>Chiudiamo con un argomento più leggero, ma non per questo più semplice: cosa implica tradurre gli insulti quando questi sono espressione di un gergo parlato da una comunità molto specifica?</p>
<p>Covella analizza l’adattamento filmico del <strong>linguaggio delle <em>ballroom</em></strong>, in origine luoghi clandestini in cui un sottoinsieme della comunità LGBTQ+ statunitense si ritrovava per sfoggiare abilità nel <span style="color: #0000ff;"><a style="color: #0000ff;" href="https://it.wikipedia.org/wiki/Vogueing"><em>voguing</em></a></span>, ottenere rivalsa sociale, rivendicare un senso di appartenenza o dominio su esponenti di <span style="color: #0000ff;"><a style="color: #0000ff;" href="https://it.wikipedia.org/wiki/Ball_culture"><em>house</em></a></span> rivali. Come avrete intuito dai termini in corsivo, stiamo parlando di una sottocultura detta appunto <span style="color: #0000ff;"><a style="color: #0000ff;" href="https://elephantandcastle.unibg.it/index.php/eac/article/view/469"><em>ballroom culture</em></a></span> (o <em>house culture</em>) che possiede un proprio socioletto volto a creare solidarietà all’interno di una specifica comunità di parlanti e a estromettere tutti gli altri.</p>
<p>All’interno di questo linguaggio, anche gli <strong>insulti</strong> svolgono un’importante funzione comunicativa grazie alla loro performatività esplicita. Ecco quindi che, all’interno del <em>ballroomspeak, </em>si possono riconoscere tre tipi di insulto, ognuno con una valenza diversa:</p>
<ul>
<li><strong><em>Reading</em></strong>: “fare una radiografia” di tutti i difetti di qualcuno. La pratica del <em>reading</em> si svolge come una sorta di battaglia in cui vince chi scredita meglio l’avversario o chi fa sorridere di più il pubblico che assiste;</li>
<li><strong><em>Throwing shade</em></strong>: “infangare” qualcuno, attraverso critiche argute, spesso indirette, ma fatte sempre in pubblico. Nel <em>read</em> il contenuto dell’insulto è più esplicito e diretto, ma bonario, mentre l’intenzione dello <em>shade</em> è più offensiva;</li>
<li><strong><em>Coming for</em></strong>: «affrontare qualcuno a muso duro», qui non si scherza più, siamo arrivati allo scontro diretto in cui l’insulto è accompagnato da gesti minacciosi.</li>
</ul>
<p>Chi ha visto il programma <span style="color: #0000ff;"><a style="color: #0000ff;" href="https://www.youtube.com/@rupaulsdragrace"><em>RuPaul’s Drag Race</em></a></span> o la serie <span style="color: #0000ff;"><a style="color: #0000ff;" href="https://it.wikipedia.org/wiki/Pose_(serie_televisiva)"><em>Pose</em></a></span> avrà più dimestichezza con questo gergo, ma per un pubblico italiano generalista tali modalità espressive possono risultare ostiche per via dell’assenza di equivalenti nella nostra lingua. Quindi, quando ci si trova a tradurre e adattare prodotti audiovisivi di questo tipo, considerati i vincoli imposti dal lip sync e l’impossibilità di inserire note, occorre trovare il giusto compromesso per fornire strumenti utili a decifrare e interpretare questi concetti senza perdere la godibilità di un’opera di intrattenimento.</p>
<p>Vediamo un esempio tratto da <em>Pose, </em>così come riportato nel libro:</p>
<p>&nbsp;</p>
<table>
<tbody>
<tr>
<td width="163">VERSIONE ORIGINALE IN INGLESE</td>
<td width="163">VERSIONE DOPPIATA IN ITALIANO</td>
<td width="163">SOTTOTITOLI ITALIANI</td>
<td width="163">BACK TRANSLATION</td>
</tr>
<tr>
<td width="163">ELEKTRA: God may have blessed you with Barbies, a backyard with a pony and boyfriend named Jake and <strong>unwanted pregnancy that your father paid to terminat</strong><strong>e</strong> so you could go to college and <strong>major in being a basic bitch</strong>. None of these things make you a woman.</td>
<td width="163">ELEKTRA: Forse Dio ti ha dato le Barbie, un pony, un fidanzato di nome Jake e una gravidanza che tuo padre ha <strong>insabbiato</strong> per farti andare all’università <strong>a laurearti in bastardaggine</strong>. Ma niente di questo ti rende una donna.</td>
<td width="163">ELEKTRA: Dio ti avrà benedetta con le Barbie, un giardino con un pony… un fidanzato di nome Jake e <strong>un aborto</strong> pagato da tuo padre… per mandarti al college e <strong>diventare una bastarda</strong>. Questo non fa di te una donna.</td>
<td width="163">ELEKTRA: Maybe God gave you Barbies, a pony, a boyfriend named Jake and <strong>a pregnancy your father covered up</strong> to let you attend university and <strong>graduate in meanness</strong>. But nothing of this makes you a woman.</td>
</tr>
</tbody>
</table>
<p>&nbsp;</p>
<p>Abbiamo evidenziato in grassetto le maggiori differenze tra le quattro versioni per agevolare il confronto. Al netto di discrepanze dovute a necessità tecniche (mancanza di spazio, labiale…), secondo voi, che tipo di approccio è stato adottato nella versione italiana? E poi, di che tipo di insulto si tratta: <em>read</em>, <em>shade</em> o <em>coming for</em>?</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Se vi abbiamo incuriosito, non vi resta che leggere il libro, vi attendono molte altre chicche. Per esempio: «Se si può tradurre un testo senza punteggiatura, è possibile anche tradurre una punteggiatura senza testo? E quando traduciamo la punteggiatura di un testo, cosa stiamo traducendo?»</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Buona lettura!</p>The post <a href="https://www.words-in-progress.it/transcreazioni-latto-creativo-nei-processi-traduttivi/">Transcreazioni – L’atto creativo nei processi traduttivi</a> first appeared on <a href="https://www.words-in-progress.it">Traduzione e adattamento di opere audiovisive</a>.]]></content:encoded>
					
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		<title>Il libro delle parole altrimenti smarrite</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Laura Romagnoli]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 16 Mar 2026 09:26:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[hogwarts]]></category>
		<category><![CDATA[parole]]></category>
		<category><![CDATA[parole smarrite]]></category>
		<category><![CDATA[traduzione]]></category>
		<category><![CDATA[vocabolario]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Esiste un Ufficio molto particolare che si occupa della Resurrezione delle Parole Smarrite e, per una volta no, non siamo ad Hogwarts, anche se sembrerebbe di avere a che fare con una qualche sezione del Ministero della Magia. L&#8217;Ufficio Resurrezione delle Parole Smarrite è un progetto artistico che ha origine grazie a Sabrina D&#8217;Alessandro e [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Esiste un Ufficio molto particolare che si occupa della Resurrezione delle Parole Smarrite e, per una volta no, non siamo ad Hogwarts, anche se sembrerebbe di avere a che fare con una qualche sezione del Ministero della Magia.</p>
<p>L&#8217;Ufficio Resurrezione delle Parole Smarrite è un progetto artistico che ha origine grazie a Sabrina D&#8217;Alessandro e al suo desiderio di scoprire e conservare parole cadute in disuso, nonostante avessero il potere di esprimere concetti meravigliosi. D&#8217;Alessandro, che è artista e studiosa del linguaggio, da sempre tiene nota delle parole di cui si innamora; nel 2009, poi, vuole trovare un modo per dare nuova vita a quelle che non si usano più ed è così che nasce l&#8217;URPS (<span style="color: #0000ff;"><a style="color: #0000ff;" href="http://www.ufficioresurrezione.com/">www.ufficioresurrezione.com</a></span>).</p>
<p>Ma questa non è solo una raccolta in stile vocabolario. Nell&#8217;intento dell&#8217;autrice c&#8217;è l&#8217;indagine, attraverso un metodo puntuale e sistematico, del sentire e delle percezioni umane.</p>
<p>Se è vero che le parole, come le immagini, sono il contenuto tradotto dei nostri pensieri e se è altrettanto vero che il pensiero è un atto motorio interiore, allora le parole sanno viaggiare e quando lo fanno per secoli attraversando i continenti può essere che qualche concetto vada perduto.</p>
<p>E se fosse ancora utile, invece? Se riportarlo alla memoria servisse a migliorare non solo il nostro pensare, ma anche il dire e soprattutto il fare?</p>
<p>In questo senso diventa ancora più interessante la divulgazione di Sabrina D&#8217;Alessandro che nel 2011 pubblica <span style="color: #0000ff;"><em><a style="color: #0000ff;" href="https://www.rizzolilibri.it/libri/il-libro-delle-parole-altrimenti-smarrite/">Il libro delle parole altrimenti smarrite</a></em></span>, una raccolta di parole dimenticate che custodiscono pezzi di memoria collettiva.</p>
<p>In fondo, succede anche nelle famiglie di ricordare il modo originale in cui da bambini si esprimono certi concetti senza curarsi delle sgrammaticature. Si tratta di espressioni tanto strampalate quanto spesso geniali a cui si resta affezionati perché fungono da collante, come se la loro eco garantisse la sicurezza delle origini e dell&#8217;appartenenza.</p>
<p>Sfogliando le pagine di quest&#8217;opera mi sono divertita a definirmi <em>nubìvaga</em> tutte le volte che mi sono persa nei miei sogni a occhi aperti e, a proposito di sogni, ho imparato a distinguere l&#8217;<em>ìncubo</em> dal <em>sùccubo</em> a seconda che il demonio responsabile del brusco risveglio avesse rispettivamente le fattezze di un uomo o di una donna.</p>
<p>Ho iniziato a considerare <em>noiévoli</em> tutte quelle faccende la cui natura non si incastra bene con la mia e che, per questo motivo, trovo decisamente poco stimolanti. Certo, avrei potuto continuare a etichettarle come “noiose” e restare in sincronia con l&#8217;epoca in cui vivo, ma avrei perso la sfumatura di trascinamento caratteristica di tutte le volte in cui ci si ritrova a fare qualcosa che non ci aggrada.</p>
<p>Infine, sono inciampata nella <em>redamazióne</em>: l&#8217;amore corrisposto, quello che, forse, sarebbe bene ricordarsi come si pronuncia per davvero.</p>The post <a href="https://www.words-in-progress.it/il-libro-delle-parole-altrimenti-smarrite/">Il libro delle parole altrimenti smarrite</a> first appeared on <a href="https://www.words-in-progress.it">Traduzione e adattamento di opere audiovisive</a>.]]></content:encoded>
					
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		<title>La traduzione letteraria tra le due guerre</title>
		<link>https://www.words-in-progress.it/la-traduzione-letteraria-tra-le-due-guerre/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Federica Sgubbi]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 16 Feb 2026 10:24:27 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Questo appuntamento di #traduzioneacolazione è dedicato a Con altra voce. La traduzione letteraria tra le due guerre, libro pubblicato nel 2018 da Donzelli Editore e scritto da Edoardo Esposito, docente di Letterature comparate presso l’Università degli Studi di Milano, specializzato in letteratura contemporanea. Ho cercato di essere sintetica fallendo miseramente, ma sono tante le cose [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Questo appuntamento di #traduzioneacolazione è dedicato a <span style="color: #0000ff;"><a style="color: #0000ff;" href="https://www.donzelli.it/libro/9788868438692"><em>Con altra voce. La traduzione letteraria tra le due guerre</em></a></span>, libro pubblicato nel 2018 da Donzelli Editore e scritto da Edoardo Esposito, docente di Letterature comparate presso l’Università degli Studi di Milano, specializzato in letteratura contemporanea.</p>
<p>Ho cercato di essere sintetica fallendo miseramente, ma sono tante le cose di cui non parlerò, per cui mi auguro di suscitare in voi la curiosità di approfondire e leggere il libro per intero.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h4><strong>Pubblicazioni editoriali e riviste letterarie</strong></h4>
<p>Come ci spiega Esposito, per tutto il Novecento le riviste costituirono il luogo adibito al dibattito culturale e, in campo letterario, la difesa della tradizione non escluse la curiosità nei confronti di ciò che accadeva oltreconfine. La rivista <em>La Ronda</em>, per esempio, iniziò a pubblicare una serie di rubriche dedicate alle letterature straniere. Ecco dunque che entra in gioco la traduzione, quale <em>“operazione necessaria e filtro, insieme, che lasciava passare Belloc e Chesterton ma che metteva in atto le opportune difese contro ogni «diluvio di fattura balcanica-ebreo-svizzera»”</em>. Insomma, negli anni Venti e Trenta gli editori erano tenuti a rispettare dei limiti imposti, per cui qualunque cosa criticasse direttamente il regime era esclusa a priori, così come gli attacchi alla moralità cattolica e a quella definita fascista. Ma perché così tanta attenzione alla letteratura e alle idee che circolavano? La guerra aveva portato con sé un bisogno di informazione e conoscenza, e anche chi non aveva mai aperto un libro prima, ora cercava nella pagina scritta e al cinematografo un momento di svago. Era principalmente la letteratura straniera a rispondere a questo bisogno poiché, come scriveva Gramsci nei suoi <em><a href="https://www.einaudi.it/catalogo-libri/narrativa-italiana/narrativa-italiana-del-novecento/quaderni-del-carcere-antonio-gramsci-9788806223441/"><span style="color: #0000ff;">Quaderni</span></a></em>, la letteratura esistente non era legata alla vita nazional-popolare e il pubblico percepiva la letteratura estera come più <em>sua</em> rispetto a quella nazionale.</p>
<p>Un’iniziativa degna di nota è sicuramente <em>Slavia</em>, una piccola casa editrice nata nel 1926 a Torino con un obiettivo ambizioso e rivoluzionario: pubblicare le opere complete dei maggiori autori russi in versione integrale rifiutandosi di tradurre, come di prassi, dalle versioni francesi, considerate inaffidabili sia dal punto di vista contenutistico (erano arbitrariamente tagliate) e stilistico (adattate al gusto francese). Le opere di <em>Slavia</em> erano destinate al grande pubblico, per cui dovevano essere private di tutti quegli inutili orpelli, note e commenti. Il fondatore Polledro descriveva le sue traduzioni come <em>letterali</em>, <em>integre</em> e <em>stilisticamente aderenti</em> alla prosa russa.</p>
<p>Nel 1930 Arnoldo Mondadori lancia <em>Biblioteca Romantica</em>, diretta da Borgese, con l’intenzione di pubblicare grandi autori stranieri, principalmente moderni, <em>“in traduzioni dirette, complete, esattamente controllate, con introduzioni e notizie e, ove occorrano, note”</em>.</p>
<p>Ecco, per Borgese, cos’era una traduzione perfetta… parole che avrete sicuramente già sentito:</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>“<em>Essa dovrebbe essere fedele e bella; dovrebbe seguire, pensiero per pensiero, frase per frase, il testo originale, eppure dovrebbe, per virtù della sua naturalezza, sembrar spontanea e nuova, originale essa stessa.</em></p>
<p><em>Nessuno, tranne il traduttore, dev’esser costretto ad accorgersi ch’egli segue qualcuno. […]</em></p>
<p><em>Una buona traduzione dovrebbe far dimenticare il testo. […]</em></p>
<p><em>Si deve tradurre direttamente dal testo […].</em></p>
<p><em>Si deve tradurre integralmente, senza tagli ed arbitrii.</em></p>
<p><em>Perché la traduzione sia durevole, occorre ch’essa sia scritta in piana lingua italiana corrente, senza sfoggi arcaici e vernacolari […].”</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>In più, Esposito ci ricorda che Borgese raccomandava al traduttore di non intromettersi tra l’opera e il lettore e di non vincolare la fortuna dei libri alla sua interpretazione.</p>
<p>Immagino che potremmo confrontarci sulle parole di Borgese per ore e ore, dibattere su alcuni punti e trovarci pienamente d’accordo su altri, ma credo che operare sul campo richieda molto più che seguire le 10 regole d’oro del traduttore perfetto e che di compromessi ne siano sempre stati fatti, anche da Borgese. Nel libro troverete numerosi esempi di traduzioni e ritraduzioni, di modifiche apportate ai lavori altrui per rispondere a uno dei criteri di base, ma che le allontanavano inevitabilmente da un altro.</p>
<p><strong> </strong></p>
<h4><strong>Il dibattito teorico</strong></h4>
<p>Ma come si giudica una buona traduzione? Da lettrice me lo sono chiesta spesso, ad esempio quando ho dovuto esprimere <a href="https://www.words-in-progress.it/il-premio-caro/"><span style="color: #0000ff;">il mio voto per il Premio Caro</span></a>. Conoscendo la lingua di partenza, è giusto (o forse istintivo) operare un confronto con l’opera originale oppure ci si deve orientare alla ricerca di un “buon italiano” rispondente alle caratteristiche tipiche di un determinato genere testuale?</p>
<p>Come già accennato, durante il regime fascista le opere tradotte non corrispondevano pienamente alle originali, poiché il traduttore operava una sorta di “censura preventiva”, unitamente a scelte stilistiche che appiattivano il linguaggio, eliminando sperimentalismi e adattando la narrazione all’ambito culturale di arrivo.</p>
<p>Questo tipo di dibattito abitava le riviste letterarie, in cui le traduzioni venivano elogiate per alcune loro caratteristiche, ma anche duramente criticate. Il problema era sempre lo stesso: qual è il confine tra fedeltà al testo d’origine e naturalezza della lingua? Fin dove può spingersi un traduttore che deve (?) sostanzialmente rimanere nell’ombra ma restituire il valore artistico di un’opera in un linguaggio nuovo?</p>
<p><strong> </strong></p>
<h4><strong>Alla ricerca di un linguaggio in cui riconoscersi</strong></h4>
<p>Nel primo dopoguerra la letteratura italiana aveva una difficoltà da superare: trovare un linguaggio capace di raccontare e adattarsi alle nuove condizioni, materiali e intellettuali. La prosa italiana rimaneva rigida e, a differenza di altre realtà, faticava a inglobare la lingua viva e parlata, a sperimentare. Come ci racconta Esposito, la letteratura non rappresentava gli interessi reali del pubblico, che venivano invece soddisfatti dal romanzo straniero. I primi a dominare il campo furono certamente i francesi, ma già nei primi anni Trenta il numero di opere francesi pubblicate in traduzione venne eguagliato da quelle tedesche: la letteratura, e incidentalmente la traduzione, fungeva da mezzo per capire i motivi alla base di ciò che stava succedendo oltralpe. Tra il 1934 e il 1935, si assiste a un calo vertiginoso della letteratura tedesca tradotta che lascia il posto agli scrittori inglesi e americani. Il <strong>mito dell’America</strong> è promosso soprattutto dall’impegno di Pavese e Vittorini, oltre che dal desiderio di case editrici emergenti come Bompiani di proporre voci nuove e rappresentative di una contemporaneità che invece spaventava editori già affermati. Iniziano a diffondersi nomi quali Eliot, Faulkner, Joyce, Woolf e tanti altri. Si tratta di un lavoro di esplorazione e scoperta, mosso da passione e curiosità, che tiene conto del pubblico a cui si rivolge.</p>
<p>Non appena <strong>Pavese</strong> entra in contatto con lo slang americano, si accorge di quanto sia difficile renderlo in italiano e di quanto sia effettivamente astratto il concetto di fedeltà.</p>
<p>Con queste parole, scritte di proprio pugno in un inglese non sempre impeccabile, Pavese chiedeva di ricevere le novità della letteratura americana e qualcosa per lui altrettanto importante:</p>
<p><em> </em></p>
<p><em>“Meanwhile, as the most pressing thing, would you be so kind as to go fetching, whether there is in USA, a book – a dictionary, a treatise, something – about modern American language, which can enable me to understand better your contemporary writers? They are full of slang, idioms, I don’t know what, and so </em><em>incomprehensible. I want such a book, as the air I am breathing. Can you fetch it?”</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Leggendo queste parole oggi, nell’era di Internet dove tutto è possibile, sembra esserlo o talvolta supera maldestramente i limiti della possibilità, ho provato tanta tenerezza.</p>
<p>Pavese voleva riportare questa <em>vivacità</em> del linguaggio anche nelle sue traduzioni e lo fece adattando il parlato italiano, dando il via a un processo di rinnovamento della prosa italiana, liberandola dalla sua rigidezza e pomposità.</p>
<p><strong> </strong></p>
<h4><strong>Come muoversi tra i paletti della censura</strong></h4>
<p>Come già detto, negli anni Venti e Trenta la censura aveva limitato il campo d’azione degli editori che, con magistrali operazioni di adattamento, censura preventiva e taglia e cuci, riuscirono probabilmente a tradurre e pubblicare molto più di quanto fosse teoricamente ammissibile. Gli autori stranieri ne erano consapevoli e accettavano queste modifiche, purché le loro opere potessero diffondersi. Il caso di censura più emblematico di cui ci parla ampiamente Esposito è quello dell’antologia <em>Americana</em>, che <strong>Vittorini</strong> voleva dedicare alla letteratura d’oltreoceano e a quella dimensione di libertà che vi veniva rappresentata, tanto lontana dalla realtà italiana. Dopo essere stata osteggiata da Pavolini che non intendeva in alcun modo incoraggiare <em>“la ventata di eccessivo entusiasmo per l’ultima letteratura americana”</em>, l’antologia venne pubblicata nel 1942, ma privata dell’inquadramento critico predisposto da Vittorini. Ma perché gli americani? Per la loro capacità schietta di procedere <em>“ad orecchio della vita e non a riflessione sulla vita”</em>, capacità che si fonda sul principio dello <em>show, don’t tell</em>, ovvero sul trasmettere in modo diretto le emozioni invece di analizzarle, i cui principali rappresentanti furono Hemingway e Faulkner. Per volere di Vittorini, tutti i traduttori dell’antologia erano anche scrittori e i testi erano stati quasi tutti tradotti appositamente per questa pubblicazione, con qualche raro recupero. Le traduzioni di Vittorini erano particolarmente libere e contenevano diversi tagli, alcuni dei quali imputabili alla famosa censura preventiva.</p>
<p>Tra i traduttori dell’antologia compare anche <strong>Montale</strong> che, sconsolato, nel 1941 scriveva:</p>
<p><em> </em></p>
<p><em>“Che faccio? Traduco per vivere. In due anni ho tradotto 3 lavori di Shakespeare, 2 romanzi di Stainbecco, 1 libro di Dorothy Parker, il Billy Budd di Melville e altre 10 novelle americane, nonché 3 Intermessi cervantini e il dialogo dei Dos Perros de medesimo, in più un po’ di Bécquer e di Ramon Gomez de la Serna. Presto attaccherò un’antologia di De Foe per Garzanti e forse altro. That’s all.”</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Non possiamo far finta di non vedere il nome di Steinbeck tragicamente italianizzato, adorabile. E forse, almeno per quanto mi riguarda, nemmeno far finta di non invidiare le meravigliose opportunità che Montale ebbe in soli due anni di lavoro.</p>
<p>Ma dicevamo: perché sconsolato? Perché quel <em>“traduco per vivere”</em> non ha nulla di poetico e passionale; infatti, la traduzione per Montale è stata un momento di passaggio tra un’occupazione e l’altra. Si dedica alla prosa e alla poesia, e quest’ultima contribuirà alla definizione del Montale poeta. Montale afferma che tradurre è più difficile che scrivere, perché prevede la conoscenza di due lingue e una sensibilità artistica che permetta di capire il valore dell’opera originale e di riprodurla in un nuovo assetto linguistico.</p>
<p><strong> </strong></p>
<h4><strong>Uomini e… uomini</strong></h4>
<p>Come avrete notato, ho citato praticamente solo autori e traduttori uomini. Le donne si contano davvero sulle dita di una mano, ma una viene citata più volte: si tratta di <strong>Lucia Rodocanachi</strong>, che nell’ombra ha collaborato più volte sia con Montale sia con Vittorini. Se volete approfondire il rapporto con quest’ultimo, potete leggere un precedente articolo del blog, che trovate <span style="color: #0000ff;"><a style="color: #0000ff;" href="https://www.words-in-progress.it/elio-vittorini-e-il-segreto-di-pulcinella/">qui</a></span>.</p>
<p><strong> </strong></p>
<h4><strong>Bonus track</strong></h4>
<p>Se siete amanti della poesia, questo libro contiene un intero capitolo dedicato ai diversi approcci con cui vari traduttori si sono avvicinati a questo genere letterario, che oltre a porre i soliti problemi di stile e fedeltà, deve confrontarsi con forme espressive regolamentate e legate alla cultura di appartenenza. Troverete un sacco di esempi relativi alla poesia americana, con diverse traduzioni a confronto e analisi delle scelte traduttive operate.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>The translator&#8217;s bride</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Cristina Rizzo]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 26 Jan 2026 09:34:39 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[libri in lingua inglese]]></category>
		<category><![CDATA[racconto]]></category>
		<category><![CDATA[traduzione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il racconto che vi serviamo oggi è stato tradotto verso l’inglese dal suo stesso autore, che è un traduttore, e ha come protagonista… un traduttore. Insomma, una #traduzioneacolazione al cubo. The Translator’s Bride, del portoghese João Reis, segue le vicende di un uomo trentenne – il cui nome non ci è dato sapere – che [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Il racconto che vi serviamo oggi è stato tradotto verso l’inglese dal suo stesso autore, che è un traduttore, e ha come protagonista… un traduttore. Insomma, una #traduzioneacolazione al cubo.</p>
<p><em><a href="https://www.openletterbooks.org/products/the-translators-bride"><span style="color: #0000ff;">The Translator’s Bride</span></a></em>, del portoghese João Reis, segue le vicende di un uomo trentenne – il cui nome non ci è dato sapere – che vaga in una città immaginaria. L’unico dettaglio che ci aiuta a contestualizzare la vicenda è il periodo storico, gli anni Venti. La narrazione, che si esaurisce nell’arco di due giorni, prende il via da un tumulto interiore del protagonista: la moglie Helena, di cui lui è innamoratissimo, l’ha lasciato su due piedi ed è salpata su una nave per andare a lavorare all&#8217;estero (non chiediamoci dove, perché tanto non si sa). Sconvolto da questa decisione, il nostro traduttore prova a riordinare le idee aggirandosi per una città “sporca e senza nome”.</p>
<p>Lo stile narrativo è quello dello <em>stream of consciousness</em>, con paragrafi lunghi e densi di pensieri frenetici, talvolta sconnessi e molto realistici. Il monologo interiore si mescola alle conversazioni che il traduttore intrattiene con alcuni personaggi che incontra lungo il proprio vagabondare, dando vita a situazioni a tratti grottesche. Convinto, non si sa bene in base a che cosa, che un modo per riconquistare l’amata sia quello di acquistare una certa casa gialla, l’uomo decide di andare a battere cassa da tutti coloro che gli devono dei soldi, primo fra tutti un editore che non gli ha ancora pagato i primi volumi di un romanzo tradotto due anni prima. Giunto a destinazione, scoprirà non solo che probabilmente i volumi successivi verranno affidati a un’altra persona, ma anche che alla sua traduzione sono state apportate modifiche di cui lui non ha mai saputo nulla:</p>
<p>“[…] Since you’re here, would you care to comment on the changes made to your translations?”</p>
<p>“Changes? What changes?”</p>
<p>“The changes Dr. Szarowsky has made.”</p>
<p>“The changes Dr. Szarowsky has made? What do you mean? I don’t know of any changes. I never saw the book again once I delivered the translation two years ago!”. Absolutely furious, I clench my fists. “I can’t comment on what I don’t know, but when I think that Mr. Szarowsky, who hadn’t even read the book, wanted to change all occurences of ‘snow’ to ‘rain’, and replace all references to lakes with references to rivers because, according to him, the readers from this blessed country aren’t familiar with such realities, what can I say?! Yes, what can I say?”</p>
<p>E come se la sua mente non lo stesse già tormentando abbastanza, ecco che, di colpo, mentre sta pensando all’odiata padrona di casa, il protagonista si fissa su una parola danese di cui non ricorda il significato:</p>
<p>“I’m not allowed to smoke indoors, the smoke bothered her, she couldn’t enjoy the smell of her stews, the flabby carcass has just come down the stairs and before I can greet her a word comes to my mind, damn, I forgot what language it is and what it means, <em>kartofler</em>, yes, but how terrible, what a mental obescenity, right when I have Mrs. Lucrécia before me.”</p>
<p>A strappare più di un sorriso è il fatto che la parola incriminata continuerà a perseguitare il traduttore per buona parte del tempo insinuandosi nei suoi pensieri finché, a poche pagine dalla conclusione, una donna con in mano un tubero che ricorda una patata lo libererà da questo tarlo. Molto meno divertente è l’epilogo, a cui probabilmente continuerete a pensare anche una volta finito il racconto.</p>
<p>Se vi piace leggere in lingua inglese e avete apprezzato lo stile narrativo di <em>Mrs. Dalloway</em>, queste 94 pagine* dall’atmosfera kafkiana potrebbero fare per voi.</p>
<p>Buona lettura!</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>*nel formato Kindle; 117 nel formato cartaceo.</p>The post <a href="https://www.words-in-progress.it/the-translators-bride/">The translator’s bride</a> first appeared on <a href="https://www.words-in-progress.it">Traduzione e adattamento di opere audiovisive</a>.]]></content:encoded>
					
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		<title>La traduttrice &#8211; John Crowley</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Silvia Giustiniani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 28 Dec 2025 22:21:20 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[la traduttrice]]></category>
		<category><![CDATA[poesia]]></category>
		<category><![CDATA[traduzione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Concludiamo il 2025 di #traduzioneacolazione con un romanzo: La traduttrice, di John Crowley, pubblicato dalla casa editrice Ponte alle Grazie nel 2003 nella traduzione di Francesco Bruno. Ci sono situazioni in cui la bellezza, l&#8217;intensità e la forza della poesia combattono ad armi pari con la spietata prosaicità della storia. Siamo nel 1962. Kit Malone [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Concludiamo il 2025 di #traduzioneacolazione con un romanzo: <span style="color: #3366ff;"><a style="color: #3366ff;" href="https://www.ibs.it/traduttrice-libro-john-crowley/e/9788879286077?srsltid=AfmBOooxEkB_khTIflJAR_jPKuV4p30Xf6sUQLLEkEHT7PYS_U95o-kT"><em>La traduttrice</em></a></span>, di John Crowley, pubblicato dalla casa editrice Ponte alle Grazie nel 2003 nella traduzione di Francesco Bruno.</p>
<p><em>Ci sono situazioni in cui la bellezza, l&#8217;intensità e la forza della poesia combattono ad armi pari con la spietata prosaicità della storia.</em></p>
<p><em>Siamo nel 1962. Kit Malone è una giovane promessa della poesia americana, che le circostanze della vita hanno allontanato dalla scrittura. Studentessa in un&#8217;università del Midwest, Kit si iscrive a un corso tenuto da Innokentij Falin, un poeta russo esiliato in America, e dunque privato del suo pubblico e della possibilità di esprimersi nella propria lingua. Le sue poesie, infatti, bandite in patria per la loro forza sovversiva, sono soltanto segni incomprensibili per l&#8217;America di Kennedy. Almeno finché Innokentij e Kit si incontrano. L&#8217;uno nell&#8217;altra, i due riconoscono i segni lasciati dal dolore &#8211; cicatrici evidenti solo a chi ne possiede di simili &#8211; e decidono di ricreare i versi di lui nella lingua e nella cultura di lei. Ricrearli, perché tradurli è impossibile. Intanto gli U-2 americani fotografano i missili russi sbarcati su Cuba, e la paura di una Terza guerra mondiale si fa spaventosamente fondata. La situazione internazionale precipita, e irrompe nel legame fra Kit e Innokentij: quei due universi distanti, che nella poesia avevano trovato un punto di incontro, sembrano allontanarsi di nuovo, e per sempre. </em></p>
<p>Una trama avvincente, in cui vicende personali delicate e fatti storici importanti si intrecciano convergendo inaspettatamente in un’unica matassa, e due personaggi ai quali è impossibile non affezionarsi fin dalle prime pagine.</p>
<p>Tutto questo sarebbe già più che sufficiente per soddisfare l’appetito di chi ama libri che si lascino divorare in un sol boccone, ma per chi, come noi, è mosso dalla curiosità di intravedere qualche traccia che riconduca al proprio mestiere tra le pagine di quello che legge, questo titolo offre anche un punto di vista molto interessante sulla resa della poesia.</p>
<p>Reduci dal recente laboratorio di traduzione incentrato proprio sulla poesia, <span style="color: #3366ff;"><em><a style="color: #3366ff;" href="https://www.words-in-progress.it/corsi-e-webinar-2/tradurre-dallarabo/">Tradurre dall’arabo</a></em></span>, torniamo a ospitarla anche nel nostro blog di traduzione, dopo gli articoli <a href="https://www.words-in-progress.it/itaca-di-konstantinos-kavafis/"><em><span style="color: #3366ff;">Itaca, di Konstantinos Kavafis</span></em></a> e <a href="https://www.words-in-progress.it/una-poesia-dieci-traduzioni/"><em><span style="color: #3366ff;">Una poesia, dieci traduzioni</span></em></a>.</p>
<p>Nel momento in cui Falin chiede a Kit di aiutarlo a tradurre i propri versi in inglese dal russo, i due affrontano insieme “le sofferenze della metamorfosi. I significati dei suoi versi lottavano per uscire, come pulcini dal duro guscio. Ma lui diceva che non era così: non c’era una poesia che cercava di uscire da una lingua per entrare in un’altra; guscio e pulcino erano tutt’uno. […] I ritmi russi di Falin erano sempre più vigorosi di quelli inglesi di Kit; quando lei cercava di riprodurli, sembravano colpi di tamburo.”</p>
<p>“Ma qual è l’originale?”</p>
<p>“Non lo so. Forse non ce n’è uno. Forse ci sono molte traduzioni e nessun originale.” […] “Lui l’aveva attratta nel suo russo e lei doveva fare la strada di ritorno da sola.”</p>
<p>Una strada lungo la quale siamo resi partecipi di scelte lessicali e ragionamenti, a fronte di esempi concreti, in cui inevitabilmente ci lasciamo coinvolgere.</p>
<p>A voi il piacere di scoprire quali sono.</p>
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		<title>Con parole tue</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Ilenia Gradinello]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 24 Nov 2025 11:25:52 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[contesto]]></category>
		<category><![CDATA[etimologia]]></category>
		<category><![CDATA[parole]]></category>
		<category><![CDATA[sfumature]]></category>
		<category><![CDATA[traduzione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Avrete sicuramente sentito almeno una volta l’espressione “con parole tue”, magari quando, durante un’interrogazione, cercavate disperatamente di ricordare quel paragrafo imparato a memoria, oppure come sfottò dopo una papera. Stesso modo di dire, due contesti diversi e diverso effetto ottenuto. Cosa ci permette di cogliere queste sfumature? Principalmente un codice, un lessico e una cultura [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Avrete sicuramente sentito almeno una volta l’espressione “con parole tue”, magari quando, durante un’interrogazione, cercavate disperatamente di ricordare quel paragrafo imparato a memoria, oppure come sfottò dopo una papera. Stesso modo di dire, due contesti diversi e diverso effetto ottenuto. Cosa ci permette di cogliere queste sfumature? Principalmente un codice, un lessico e una cultura condivisi.</p>
<p>Negli ultimi anni, però, questo sistema condiviso sembra scricchiolare. Tendiamo, infatti, a parlare e a scrivere sempre più “a orecchio”, soprattutto in quello spazio liminale che è il digitale, dove scritto e parlato si fondono, si alternano i ruoli tra chi crea e chi fruisce dei contenuti e la commistione di lingue dà origine a calchi talvolta improbabili. Il risultato, oltre a un rumore di fondo costante, è una comunicazione approssimativa e inefficace.</p>
<p>Come si può arginare questa tendenza? Marco Ballarè, aka <a href="https://www.instagram.com/marco.dixit/">@marco.dixit</a>, ha trovato un modo tanto semplice, quanto efficace: ripartire dalla curiosità. Così, sui suoi profili social e nel libro <span style="color: #0000ff;"><a style="color: #0000ff;" href="https://www.ibs.it/con-parole-tue-viaggio-fra-libro-marco-marcodixit-ballare/e/9788858046906?gad_source=1&amp;gad_campaignid=17189628389&amp;gbraid=0AAAAAC9c54GiTxW5RisnzXPwoSAYznKkH&amp;gclid=CjwKCAiAuIDJBhBoEiwAxhgyFtSP5-9w4_7-00JN30PgwdcNIHpExl5pwc3fLQRCIHCuTViVfiQqJBoCnM4QAvD_BwE"><em>Con parole tue</em></a></span>, che vi recensiamo oggi, Ballarè ha cercato di rispondere alla domanda “perché si dice così?”, raccontando l’etimologia e la stratificazione di significati che si celano dietro a parole e modi di dire. L’intento, tra il serio e il faceto, è quello di seminare piccoli “pruriti intellettuali” che spingano le persone a esprimersi con maggiore consapevolezza.</p>
<p><strong> </strong></p>
<h4><strong>Un viaggio nelle etimologie</strong></h4>
<p><strong> </strong>Il libro è suddiviso in sezioni come “Cose umane, fin troppo umane” o “vox populi”, nelle quali si dipana un percorso agile tra espressioni che usiamo tutti i giorni senza chiederci mai veramente da dove arrivino. L’autore ci accompagna passo passo combinando <strong>ricerca etimologica</strong>, <strong>aneddoti storici</strong>, <strong>curiosità linguistiche</strong>, <strong>collegamenti culturali</strong> <strong>e</strong> <strong>storie “nascoste” nelle parole comuni</strong>.</p>
<p>Alcuni capitoli offrono spunti irresistibili per chi ama l’italiano. Per esempio, sapete quanti nomi ha la paura del buio? Almeno tre: “nictofobia”, dal greco νυκτός (nyktòs), ovvero “notte”, “acluofobia”, da Άχλύς (Achlýs), “oscurità” e “scotofobia”, da σκότος (skótos), cioè “tenebra”, “oscurità”. Sempre restando in tema di fobie, non possiamo non citare la hipopotomonstrosesquipedaliofobia. No, gli ippopotami non c’entrano nulla. Si tratta, invece, della fobia di impappinarsi pronunciando parole difficili (“isn’t it ironic?” cit.).</p>
<p>Possiamo poi non citare la storia della parola “aperitivo”? Un tempo indicava esclusivamente un medicinale, poi si è fatto largo il significato di “bevanda spiritosa amara per stimolar l’appetito”, fino ad arrivare allo Spritz, dal tedesco <em>spritzen</em>, del quale vi lasciamo scoprire la storia. Le anime più morigerate si riconosceranno invece nelle nemesi dell’aperitivo: “astemio”, non chi si astiene, ma chi sta lontano dalle bevande che ottenebrano la mente e “sobrio”, cioè letteralmente “chi è privo di ebbrezza”.</p>
<p>Questi sono soltanto alcuni piccoli esempi, ma nel libro trovate anche parole che condividono origini inaspettate come “barzellette”, “sbirri” e “bargelli”, oppure il cui destino è stato diviso da un accento come “calamita” e “calamità”, per non parlare di espressioni che usiamo comunemente come “andare in vacca”, ma di cui ignoriamo la storia.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h4><strong>I punti di forza del libro</strong></h4>
<p>Anche se non si tratta di un saggio sulla traduzione, abbiamo trovato comunque la lettura adatta a questa rubrica perché unisce l’utile al dilettevole. Come avrete intuito la forza del libro è l’equilibrio tra rigore e leggerezza: ogni capitolo è breve ma denso, perfetto da leggere tra un progetto di traduzione e l’altro.</p>
<p>Queste brevi “lezioni” funzionano da “<strong>miccia creativa</strong>” per chi traduce: ci ricordano infatti che, dietro alla parola giusta, ci sono sempre molti “perché?”. <strong>Tradurre significa per lo più fare scelte consapevoli, discriminare. </strong>Più informazioni si hanno sui traducenti “papabili”, maggiore sarà la possibilità di approssimarsi al testo fonte. Conoscere l’origine di un modo di dire, per esempio, aiuta a capire qual è la <strong>sfumatura</strong> più fedele da restituire in un dato contesto. L’etimologia rivela se una parola è popolare, letteraria, tecnica o gergale. Questo può guidare la resa più naturale nei testi da tradurre e a riconoscere le espressioni che più si addicono al registro da adottare. Infine, per traduttori editoriali e di narrativa, questo libro è un “allenamento leggero” per ampliare la sensibilità semantica e il bagaglio culturale, così da avere pronte alternative inconsuete e originali.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h4><strong>Un tocco di leggerezza</strong></h4>
<p>Dalle pagine del libro e dai suoi contenuti social si evince che Ballarè è appassionato, preparato, ma non si prende troppo sul serio. Il suo stile si contraddistingue per la pacatezza e la gentilezza con cui fa avvicinare il pubblico a una materia che potrebbe risultare noiosa se spiegata con piglio troppo accademico.</p>
<p>La prosa è molto scorrevole, priva di tecnicismi inutili, ma, allo stesso tempo precisa e puntuale e non manca quel pizzico di ironia che fa arrivare al fondo delle pagine con il sorriso.</p>
<p><em>Con parole tue</em> è dunque un libro che fa bene a chi lavora con la lingua. Non solo per arricchire il proprio vocabolario, ma per <strong>allenare il pensiero etimologico</strong>, molto utile in traduzione.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Buona lettura!</p>The post <a href="https://www.words-in-progress.it/con-parole-tue/">Con parole tue</a> first appeared on <a href="https://www.words-in-progress.it">Traduzione e adattamento di opere audiovisive</a>.]]></content:encoded>
					
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		<title>Traduzione ed emozioni</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Cristina Rizzo]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 27 Oct 2025 08:28:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[educazione emozionale]]></category>
		<category><![CDATA[psicologia]]></category>
		<category><![CDATA[traduzione ed emozioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Chi ci segue da tempo sa che non è la prima volta che proviamo a sondare il legame tra traduzione e psicologia: abbiamo iniziato invitando la psicoterapeuta Laura Romagnoli al Circolo PickWiP un paio di anni fa, e poco dopo abbiamo recensito l’articolo di Laura Bocci, Traduzione e psicoanalisi, che ci aveva messo la pulce [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Chi ci segue da tempo sa che non è la prima volta che proviamo a sondare il legame tra traduzione e psicologia: abbiamo iniziato invitando la psicoterapeuta <span style="color: #0000ff;"><a style="color: #0000ff;" href="https://www.instagram.com/lauraromagnoli_percorsi/">Laura Romagnoli</a></span> al Circolo PickWiP un paio di anni fa, e poco dopo abbiamo recensito l’articolo di Laura Bocci, <em><a href="https://www.words-in-progress.it/traduzione-e-psicoanalisi/"><span style="color: #0000ff;">Traduzione e psicoanalisi</span></a></em>, che ci aveva messo la pulce nell’orecchio indicando come possibile oggetto di studio “[…] le ‘interferenze’ personali, i vissuti individuali e intimi del traduttore […], le idiosincrasie linguistiche, i conflitti con gli altri traduttori, la gelosia verso il ‘proprio’ autore tradotto”.</p>
<p>Visto che l’argomento ci sembrava interessante e tutt’altro che esaurito, abbiamo proseguito nella ricerca di un testo che prendesse davvero in esame le implicazioni psicologiche della traduzione. E proprio quando eravamo a tanto così dal demordere, lo abbiamo trovato: <span style="color: #0000ff;"><em><a style="color: #0000ff;" href="https://www.routledge.com/Translation-and-Emotion-A-Psychological-Perspective/Hubscher-Davidson/p/book/9780367594138">Translation and Emotion – A psychological perspective</a></em></span>. Il volume è pubblicato da Routledge, casa editrice britannica specializzata in testi accademici, ed è stato scritto da Séverine Hubscher-Davidson, docente di Psicologia della Traduzione presso la Open University di Londra.</p>
<p>Il saggio è composto da cinque capitoli:</p>
<p>&#8211; il primo fornisce il contesto teorico per lo studio e l’analisi del ruolo delle emozioni nel processo traduttivo ed espone la metodologia utilizzata nel <strong>caso di studio empirico</strong> preso in esame dall’autrice, che è uno dei pochissimi esistenti sul tema “emozioni e traduzione” e che ha coinvolto <strong>155 traduttrici e traduttori</strong>;</p>
<p>&#8211; il secondo, il terzo e il quarto approfondiscono <strong>i tre tratti emotivi specifici</strong> che si suppone siano i più rilevanti nell’ambito della traduzione, cioè la percezione, la gestione e l’espressione delle emozioni;</p>
<p>&#8211; il quinto riepiloga i risultati relativi ai tre capitoli precedenti per delineare <strong>come, quando e perché la componente emotiva può condizionare la traduzione</strong>;</p>
<p>&#8211; l’ultimo trae le conclusioni e offre spunti per studi futuri.</p>
<p>Il presupposto della ricerca di Séverine Hubscher-Davidson è che, in quanto forma di comunicazione che coinvolge il linguaggio, <strong>la traduzione implica per forza di cose anche le emozioni</strong>. Nello specifico, quelle che possono influenzare il lavoro di chi traduce sono:</p>
<p>1) le emozioni espresse nel testo originale (percezione delle emozioni)</p>
<p>2) le sue stesse emozioni (gestione delle emozioni)</p>
<p>3) le emozioni del target originale e quelle del target che legge la traduzione (espressione delle emozioni)</p>
<h4></h4>
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<h4><strong><u>La percezione delle emozioni</u></strong></h4>
<p>La percezione delle emozioni è il processo attraverso il quale le persone sono in grado di decodificare le emozioni proprie e altrui, preparandosi così a risposte comportamentali appropriate. È modulata dal contesto situazionale e culturale, motivo per cui riconoscere le emozioni espresse da culture lontane dalla nostra non è facile (ma per chi traduce risulta più semplice, vista la continua esposizione a linguaggi e realia tipici di paesi diversi dal proprio). È interessante notare che i risultati dello studio empirico hanno evidenziato come la <strong>percezione sembra essere maggiormente associata all’età</strong>, suggerendo che l’abilità di riconoscere le emozioni si sviluppi con il tempo, e che l’esperienza accumulata porti a una risposta più rapida e precisa agli stimoli emotivi attivati dal testo di partenza.</p>
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<h4><strong><u>La gestione delle emozioni</u></strong></h4>
<p>La capacità di gestire le proprie emozioni è fondamentale per sviluppare la resilienza e far fronte alla potenziale “destabilizzazione” che l’immersione nel testo di partenza può causare. Per fare un esempio concreto, se l’oggetto della traduzione ci sconvolge, convincerci che la diffusione di quel testo avrà un impatto positivo potrebbe aiutarci a superare il disagio. Nel saggio, questa strategia adattativa, considerata “proattiva”, è definita <strong><em>reappraisal</em></strong> (rivalutazione cognitiva). Un secondo tipo di strategia, considerata invece “reattiva”, è la <strong><em>suppression</em></strong> (soppressione). La persona che sopprime perché non riesce a regolare l’emozione che prova mentre traduce e quindi si sforza di nasconderla, corre il rischio di smorzare l’emotività nel testo di arrivo, venendo meno al proprio compito. Inoltre, si sottopone a uno sforzo mentale maggiore rispetto a chi usa strategie proattive come la rivalutazione, stancandosi prima e riducendo le probabilità di eseguire al meglio il lavoro: “Suppression requires the individual to effortfully manage response tendencies as they arise continually, consuming cognitive resources that could otherwise be used for optimal performance in the social contexts in which the emotions arise”.</p>
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<h4><strong><u>L’espressione delle emozioni</u></strong></h4>
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<p style="text-align: center;">“[The translation process] may very probably be the most complex type of event yet produced in the evolution of the cosmos.”</p>
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<p style="text-align: center;">Ivor Richards</p>
<p style="text-align: center;">(Letterato e filoso inglese del Novecento)</p>
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<p>Nel quarto capitolo, l’autrice esplora il concetto di <strong>espressione emotiva</strong>, intesa come l’insieme di comportamenti verbali e non verbali che mettiamo in atto per comunicare i nostri sentimenti, come le smorfie, la gestualità, il tono di voce, la scrittura. Quest’ultima, in particolare, è considerata una forma deliberata di espressione emotiva che può portare benefici psicologici, sociali e fisiologici, favorendo la riduzione dello stress e migliorando l’umore. In questo contesto, la traduzione è vista come una forma di scrittura espressiva che serve per veicolare le emozioni dell&#8217;autore originale. Il fatto che chi traduce ci riesca o meno dipende dal livello di coinvolgimento: “Too much, or too little, emotional involvement is detrimental to translation — as it is for expressive writing — but deep engagement combined with <u>appropriate strategies for handling it</u> may be conducive to successful translation.” Ma chi ce le insegna queste strategie? Nessuno, purtroppo. Ecco perché Séverine Hubscher-Davidson sottolinea l&#8217;importanza di <strong>includere l&#8217;educazione emozionale nella formazione dei traduttori </strong>per aiutarli a prendere atto di ciò che provano di fronte a un testo e a comportarsi di conseguenza.</p>
<p>Proseguendo nella lettura, arriviamo a quelli che secondo noi rappresentano la parte più interessante dello studio, perché sono <strong>esempi reali</strong> di strategie messe in atto per gestire l’emotività durante il lavoro di traduzione. Scopriamo così che il traduttore Peter Bush, traghettando verso l’inglese <em>La plaça del Diamant</em> (<span style="color: #0000ff;"><a style="color: #0000ff;" href="https://www.lanuovafrontiera.it/prodotto/la-piazza-del-diamante-merce-rodoreda-la-nuova-frontiera/">La piazza del Diamante</a></span>), romanzo della scrittrice catalana Mercè Rodoreda, non ha potuto fare a meno di riversare nel testo sentimenti personali, influenzato dai propri ricordi della guerra; oppure che le traduttrici verso l’olandese Janneke van der Meulen e Jeanne Holierhoek, di fronte all’arduo compito di tradurre <em>Les bienveillantes</em> (<span style="color: #0000ff;"><a style="color: #0000ff;" href="https://www.einaudi.it/catalogo-libri/narrativa-straniera/narrativa-francese/le-benevole-jonathan-littell-9788806187316/">Le benevole</a></span>) di Jonathan Littell, sono riuscite a sopportare il mondo opprimente e soffocante descritto nel testo solo grazie al lavoro in tandem: la possibilità di esternare le reciproche emozioni negative e di parlarne ha permesso loro di esorcizzarle e di portare a termine il compito senza lasciarsi sopraffare; o ancora, ma questa volta a ruoli invertiti, che la studiosa di letteratura francese Alice Kaplan ha dovuto fare i conti con il traduttore di uno dei suoi libri, il quale inizialmente era entusiasta del lavoro assegnatogli ma poi, vistosi rifiutare la possibilità di apportare modifiche insensate al testo, si era sentito “castrato”. La sua incapacità di gestire le emozioni aveva raggiunto un livello tale che, alla fine, la comunicazione con Kaplan si era interrotta e lei aveva dovuto rivolgersi a un altro professionista. Vai a capirli, questi traduttori!</p>
<p>(Revisione dell’articolo a cura di Laura Romagnoli, con cui abbiamo realizzato un Podcast che si intitola <span style="color: #0000ff;"><a style="color: #0000ff;" href="https://www.words-in-progress.it/podcast/"><em>PsychoTrad &#8211; Psicologia e Traduzione</em></a></span>.)</p>
<p><a href="#_ftnref1" name="_ftn1"></a></p>The post <a href="https://www.words-in-progress.it/traduzione-ed-emozioni/">Traduzione ed emozioni</a> first appeared on <a href="https://www.words-in-progress.it">Traduzione e adattamento di opere audiovisive</a>.]]></content:encoded>
					
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